L’INTERVENTO. Sud e Calabria, la corsa verso la Lega di Salvini e Giorgetti

L’INTERVENTO. Sud e Calabria, la corsa verso la Lega di Salvini e Giorgetti

Ascari

UNO. E’ una gran corsa: seconde e terze file della vecchia politica tentano di accasarsi nella nuova. Accade sempre quando c’è qualcosa che assomiglia a un cambio di regime. E’ un darsi da fare che guarda ai vuoti nei nuovi partiti. Vecchi esclusi e sconfitti sperano: forse, probabilmente, finalmente, non si sa mai - potrebbe realizzarsi il sogno, ora che i nuovi hanno bisogno di personale politico, di saltare da comparsa a primadonna.

Il fenomeno, qui a Sud, riguarda soprattutto la Lega Nord (il suo Statuto usa ancora questa definizione) perché dopo gli insulti scagliati per decenni da quel partito contro Mezzogiorno e meridionali, ci vuole uno stomaco robusto per far parte del mucchio salviniano. Prima di tutto bisogna accettare l’articolo 1 dello Statuto della Lega, approvato non nel secolo scorso ma nel Consiglio Federale del 12 ottobre 2015 (solo tre anni fa, con Salvini già leader), che fissa e recita: “Art. 1 – Finalità: “Lega Nord per l’Indipendenza della Padania” (di seguito indicato come “Lega Nord”, “Lega Nord – Padania” o “Movimento”), è un movimento politico confederale costituito in forma di associazione non riconosciuta che ha per finalità il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”.

Insomma, chi dà una mano a raccogliere voti e consenso nel Sud e in Calabria per la Lega, gli piaccia o no, lavora per questo: per spezzare l'Italia in due. O meglio, per liberare il Nord, la Padania. E da chi poi si debba diventare indipendenti lo sanno tutti: dal Sud e dai meridionali. (Per questo non pare offensivo immaginare che, rispetto ai gruppi dirigenti meridionali della Lega, siamo di fronte a un fenomeno che ricorda gli Ascari, i combattenti  Basci Buzuk ("teste pazze") che nel 1885 vennero comprati dall’esercito italiano (figli e mogli compresi) per utilizzarli contro i rispettivi popoli nelle prime guerre coloniali. Sia chiaro: la Lega e Salvini non c'entrano nulla. Più che essere la Lega a fare campagna acquisti, sono i pezzi falliti e gli scarti della politica meridionale (quelli in politica già sconfitti o da nessuno più accettati e, quindi, con possibilità ridotte) a proporsi in vendita.

Si può accettare tutto questo da uomini e donne del Mezzogiorno in cambio di uno strapuntino in parlamento, in un Consiglio regionale, in una giunta comunale? Non si scandalizzi nessuno: si può, si può, anzi l’obiettivo viene perseguito lucidamente. E’ già capitato in passato (nella prima e nel passaggio alla cd Seconda Repubblica) sta capitando di nuovo, ricapiterà in futuro. 

DUE. Conosco l’obiezione. La Lega di cui parli è un partito che non c’è più. E’ vero che Salvini ha costruito la sua carriera (al seguito dei Bossi e dei Borghezio) con felpe con su scritto: “Prima il Nord” e tifando perché Etna e Vesuvio con le loro eruzioni risolvessero il problema eliminandolo. Ma è anche vero che ora sfoggia felpe con tanto di “Prima gli italiani”. Quindi, la Lega difende la causa di tutti gli italiani, compresi quelli di Platì, Napoli o Palermo, contro tutti gli abitanti del resto del mondo. Si potrebbe obiettare che c’è poco da fidarsi di uno che fa capriole politiche e culturali. Ma l'argomento è, in prima istanza, ingiusto. Salvini non ha fatto alcuna capriola politica, le sue posizioni attuali erano già tutte dentro quel che ha sempre sostenuto per un quarto di secolo con grande coerenza. E peraltro, questo argomento è debole: anche altri politici cambiano registro spesso e volentieri. Per capire meglio, invece, va guardato il cuore vero della Lega, dei suoi dirigenti storici e più autorevoli, dei suoi convincimenti reali.

TRE. Prendete per esempio Giancarlo Giorgetti, deputato di lungo corso del Movimento leghista, riserva e incaricato del “piano B” quando e se Salvini dovesse fare flop, uno che quando parla sa quello che dice e che dice le cose che pensano lui e il pezzo di popolo che a lui (e alla Lega) fa riferimento al Nord. Ha scandito nei giorni scorsi: «Quella dei 5S è l’Italia che non ci piace». Una frase carica di cautela e furbizia. Giorgetti si copre dietro il M5s ma in realtà parla del Mezzogiorno. E’ il Sud e soprattutto i suoi abitanti che non gli vanno giù. Nel suo ragionamento, M5s e Mezzogiorno si identificano (ed è una sofisticata  forzatura) dato che il Sud ha votato in massa 5*. Ragiona di fino: «Purtroppo il programma elettorale di M5s al Sud ha registrato larghi consensi probabilmente anche perché era previsto il reddito di cittadinanza. Credo che abbia orientato pochissimi elettori delle mie zone. Magari è l’Italia che non ci piace ma con cui dobbiamo confrontarci e governare».

Giorgetti giudica il reddito di cittadinanza un errore. Ma l’idea del plenipotenziario della Lega è che in realtà il reddito di cittadinanza viene invocato dai meridionali perché sono furbi e mariuoli: apre la strada al lavoro nero cioè a un reddito su cui non vengono pagate le tasse. Quindi fa emergere la vecchia abitudine dei meridionali a rubacchiare e a farsi mantenere. Sentenzia: «Spero che la conformazione finale del reddito di cittadinanza possa produrre qualche risultato, ma uno dei pericoli che vedo io è che rischia di alimentare il lavoro nero, in particolare al Sud».  Il messaggio è chiaro: il Sud ha votato 5* per il reddito di cittadinanza: vuole la pappa senza far nulla e se qualcosa può fare lo farà in nero. Il popolo meridionale sceglie il contrario del rilancio produttivo che significa fatica, lavoro, responsabilità di produrre la ricchezza che serve per andare avanti anziché farsi mantenere dal Nord. Giorgetti è netto: “Credo che (il reddito di cittadinanza, ndr) abbia orientato pochissimo gli elettori delle mie zone”, cioè gli italiani del Nord che, secondo Giorgetti, mantengono quegli scrocconi e mangiapane a tradimento del Sud dai quali prima o poi, nel rispetto dello Statuto della Lega, bisognerà ottenere il “Conseguimento dell’indipendenza della Padania”. E non è un caso che sia stato Giorgetti, nei giorni scorsi ad avvertire che sul "Federalismo differenziato", cioè la rottura di fatto del paese fino alla previsione di diritti dis-uguali per cittadini italiani di diverso territorio, sia il vero punto del contratto che se il M5s non dovesse rispettare, farà saltare in aria il Governo Giallo-Verde.