L’ANALISI. Europee, vincitori e vinti (appunti per un dibattito)

L’ANALISI. Europee, vincitori e vinti (appunti per un dibattito)

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Raramente un risultato elettorale in Italia è stato tanto chiaro come quello del 26 maggio.

Intanto, le elezioni sono state vinte da Salvini e dalla Lega, e da loro soltanto. Sul “da loro soltanto” non c’è accordo, ma è difficile dimostrare il contrario. Salvini non vince perché prende più voti (in realtà raddoppia un dato già prima rispettabile che aveva fatto della Lega la più consistente componente di un Cdx maggioranza relativa del paese). Salvini vince (stravince) perché è diventato l’asse centrale della vita politica italiana che è cosa diversa da prendere un po’ di voti in più, come per esempio i FdI della Meloni. Di paradossale nella squillante vittoria salviniana c’è, casomai che la vittoria non coincide esattamente con la strategia approntata dal Capitano e dal suo staff e questo potrebbe crear loro (e al paese) dei problemi.

Secondo, i 5* non hanno subito una sconfitta. Il loro voto annuncia invece un processo di evaporazione che, in una prospettiva neanche tanto lunga, potrebbe cassare il Movimento dall’elenco dei protagonisti della politica in Italia. La perdita di metà dei voti in un lasso di tempo tutto sommato breve. La caduta degli unici due capoluoghi che amministrava, Avellino e Livorno dove non arriva neanche al ballottaggio). Il non essere più primo partito né a Roma né a Torino (dove se si fosse votato addio Appennino e Raggi. Avere Caltanissetta come unico capoluogo in Italia. Tutto questo non è soltanto una “scoppola”, come ha teorizzato Di Battista: sono i segni univoci di una dissolvenza, che ancora non si capisce quale strada percorrerà né chi avvantaggerà, ma già iniziata.

Terzo, dal Pd arriva un segno di vitalità. Ma non è tanto energico e netto da chiarire se si tratta della migliorìa che precede il finevita o la riconquista del ruolo di attore protagonista nella restaurata dialettica destra/sinistra-Cdx/Csx.

Gli elementi fin qui elencati depongono contro l’ipotesi, curiosamente avanzata da molti, di un rapido ritorno a nuove elezioni politiche. Non sarà facile tornare al voto.

Salvini non può che essere decisamente contro. Tutti i discorsi che gli consigliano le urne per capitalizzare il successo delle Europee sono destinati a non tentarlo. Salvini governa il paese realmente utilizzando come controfigura il Presidente Conte, privo di qualsiasi potere di contrattazione. E nel frattempo il leader leghista moltiplica i voti facendo pagare gli inevitabili costi delle scelte governative ai pentastellati. Perché dovrebbe metter fine a un impagabile vantaggio per una votazione dalla quale, tra l’altro, non sarebbe sicuro di (ri)emergere vittorioso?

Le elezioni non le vogliono, ovviamente, neanche i 5* che pur temendo nuovi tracolli immaginano (sperano?) in una nuova ripresa. E’ difficile per chi sta al governo capire e accettare che la propria permanenza a palazzo Chigi è la causa strutturale del proprio declino, ma è esattamente quel che sta accadendo ai grillini. Del resto, cosa potrebbero fare? Lasciare il governo dopo aver costruito le proverbiali carte false per farlo?

Tutte le dichiarazioni di Salvini e dei 5* successive al voto sono granitiche nel promettere che il governo del Contratto giallo-verde durerà altri 4 anni. Né la strategia del Pd punta ad affrettarlo. Zingaretti dice che se vi sarà la crisi di governo bisognerà tornare al voto, ma sta attento a non chiederlo esplicitamente. Il Pd per avere possibilità di un rilancio significativo ha bisogno di tempo. Il recupero dal tracollo del M5*, che pure gli aveva risucchiato un bel po’ di voti, è stato fin qui modesto. E invece il problema del Pd e di Zingaretti è quello di impedire che la dissolvenza dei 5* si consumi a favore della Lega. Tornerà a vincere solo se riuscirà ad afferrare buona parte dei voti ceduti a Grillo e comunque a impedire che se ne impadronisca definitivamente Salvini.

Finora chi ha immagazzinato, molto più del Pd, i vantaggi dell’opposizione è stato – non sembri un paradosso – proprio Salvini. Il Capo leghista oltre a raccogliere a piene mani dalla paura sull’emigrazione (grazie a una percezione drammatica creata artificiosamente da lui stesso) s’è avvantaggiato anche, e forse soprattutto, proponendosi come garante di una netta opposizione rispetto agli sbandamenti dei 5* giudicati da una parte degli italiani decisamente pericolosi (scelte economiche, giustizialismo, etc). Insomma, ha accumulato i vantaggi del (suo) governo ai vantaggi dell’opposizione al (suo) governo, cioè ai 5*.

Neanche Berlusconi cerca il voto che, tra l’altro, potrebbe condannarlo definitivamente all’irrilevanza e si limita a invocare un governo organico (come si diceva una volta) di Cdx. Resta solo la Meloni, ma con la fragilità di chi nonostante una forte spinta a destra nel paese e il tracollo dei 5* non è riuscita neanche a sorpassare un Berlusconi in caduta libera.

Il vero punto di debolezza di Salvini (unico anche se consistente) è la piattaforma con cui ha vinto le elezioni che contiene, alla luce dei risultati elettorali registrati in Europa, due gravissimi errori di strategia: ha spostato il paese a destra senza conservare uno spazio per un Centro del Cdx; secondo, l’antieuropeismo. Salvini ha immaginato l’irruzione uno tsunami che avrebbe spazzato i vecchi assetti politici e le vecchie culture europee collocando lui, la Le Pen, Orbàn e qualche altro al centro di una nuova schiacciante maggioranza con cui trasformare gli equilibri politici europei con l’Europa delle patrie. La conseguenza è che lui, grande e solitario vincitore delle elezioni italiane, è un leader di destra senza Centro in un paese dove la destra può governare senza scandalo solo se è Centro destra. Questo, insieme all’antieuropeismo, ha collocato in uno spazio solitario, e soprattutto isolato, l’Italia. E per questo potrebbe pagare un prezzo politico molto alto.