IL CASO. Callipo si porta la barca all’asciutto perché la Calabria può solo affondare

IL CASO. Callipo si porta la barca all’asciutto perché la Calabria può solo affondare
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Non varrebbe la pena tornare sul caso Callipo (una vicenda privata in cui s'intrecciano ingenuità, furbizia e irresponsabilità) se non fosse necessario ricordare ai calabresi a cui fosse sfuggito, che la nostra regione si è pericolosamente infragilita con l'ultimo azzardo che ha portato in consiglio regionale il vincente imprenditore del tonno (che produce anche un’ottima marmellata di mirtilli).

Callipo, parole e dichiarazioni a parte, si è dimesso perché ha capito che conservare la carica assegnatagli dai calabresi (quella attuale e non l’altra da lui inutilmente inseguita da anni: la presidenza della Regione), avrebbe compromesso la sua immagine con possibili ripercussioni per la sua attività imprenditoriale che è il terreno vero ed unico in cui eccelle (con crescente e straordinaria proiezione nazionale).

Il micidiale colpo assestato da Callipo alla Calabria è conseguenza del fatto che l'imprenditore vibonese per salvare il (suo) salvabile nobilita il proprio pentimento scaricandolo, in una dichiarazione piuttosto contorta, sulla Calabria. “E’ stato traumatizzante – questo il passo strategico dell’operazione -  dovere accettare che qualsiasi sforzo profuso non avrebbe portato ad alcun risultato”. Tradotto significa: la Calabria è capace di azzerare qualsiasi sforzo per aiutarla. Di più e peggio: dalla Calabria non potrà mai arrivare un contributo alla sua trasformazione positiva. Inutile, quindi, perderci tempo. “Qualsiasi sforzo profuso” non porterà mai ad “alcun risultato”. 
Messaggi e conseguenze devastanti irrobustite dalla rinuncia a incassare le prebende regionali. Parole e musica che la regione pagherà a lungo.

In Calabria non è possibile cambiare. Inutile sforzarsi. La stessa esistenza del CR è di per sé, anche se non viene detto testualmente, un fatto negativo perché legittima qualsiasi perversità. Come dire che, se Callipo sottoscrive un documento in Consiglio, senza leggerlo o capirlo, la colpa non è sua perché non capisce ciò che legge o si fida di persone sbagliate, ma è colpa dell’esistenza stessa del Consiglio regionale. La sua negatività non dipende da chi ci opera all’interno male ma dalla sua stessa esistenza.

I giovani della Calabria, quelli che ci vivono e quelli che studiano o lavorano fuori, si mettano l'animo in pace. Qui non c'è futuro. Siamo in una terra morta dove non c'è alcun conflitto sul cambiamento perché il cambiamento non è possibile. La Calabria ha già e inutilmente consumato il tempo della sua storia e si è ormai cristalizzata in una eterna paralisi come certe statue inquietanti di Pompei.
Callipo, quindi, lascia non perché è incapace di svolgere il mestiere della politica (assunto che non sottoscriverebbe mai) ma perché gli uomini, le persone, i cittadini e i leader della società calabrese sono solo e soltanto statue incapaci di movimento, privi di capacità storica. E lui che è un leader della concretezza non ci sta.

Per molto ma molto meno EasyJet è stata lapidata. Ma non è colpa di nessuno se Callipo anziché scegliere un dignitoso: “Scusate mi sono sbagliato, la politica non è cosa mia” s'è giustificato lanciando uno squillante: se non sono capace io non può farcela nessuno. La conseguenza è il danno travolgeranno soprattutto i ragazzi: di fronte a un progetto o a un sogno reagiranno: sto fermo, tanto è inutile. In Calabria non si può.

Bisogna riconoscere che la responsabilità di questo pasticcio solo in parte è del Re del tonno. Il suo rapporto con la politica Callipo non l’ha mai nascosto a nessuno. Anzi, l’ha sempre esibito in modo trasparente e alla luce del sole. Nel 2010 mentre si profilava lo scontro regionale tra Agazio Loiero (Csx) e Giuseppe Scopelliti (Cdx), pupillo di Gianfranco Fini e sindaco della destra estrema di Reggio, Callipo si gettò nella mischia da improbabile terzo incomodo: tolse voti preziosi (e soprattutto cancellò credibilità di successo) al Csx. Alle elezioni successive, ancora alla luce del sole, appoggiò il Cdx guidato da Wanda Ferro e rispose candidamente a chi gli chiedeva della sua giravolta dal Csx al Cdx di avere scelto il Cdx perché in una delle sue liste era candidato un suo parente a cui è molto affezionato.

I cittadini hanno il diritto di votare per chi vogliono. Ci mancherebbe altro. Ma nessuno può proporsi come leader se chiede il voto non per i propri principi e opinioni, ma perché tiene famiglia e parenti.

E qui sorgono domande imbarazzanti per l’affidabilità del Pd e del suo segretario Zingaretti che per la candidatura di Callipo ha usato per intero il peso della sua autorevolezza. Sapeva? E se non sapeva sulla base di quali informazioni s’è mosso? Chi l’ha circuito? Dove ha cercato consiglio?

Il mistero diventa ancora più fitto (e buffo) se si tiene conto che l’intera vicenda è stata gestita da un commissario inviato da Zingaretti, l’on. Stefano Graziano, non si sa con quali indicazioni. Il parlamentare qui fiondato sembra essersi soprattutto preoccupato di tenere, più che lontani separati, iscritti, militanti e simpatizzanti del Pd da qualsiasi coinvolgimento sulle scelte da fare. Un grande intellettuale calabrese, di spessore europeo, ha insegnato che “i calabresi vogliono essere parlati”. Roma, invece, s’è preoccupata prima di tutto di non ascoltarli. Chi ha deciso la candidatura di Callipo? Chi ha deciso di non insistere per piegare le resistenze di un editore prestigioso e in crescita nazionale come Rubbettino?  Chi ha deciso di cassare tutto l’armamentario e i riti democratici di cui il Pd spesso si vanta? Perché c’è stata da parte di Graziano, evidente riflesso di un’indicazione nazionale, la proibizione assoluta di qualsiasi ipotesi di elezioni primarie per scegliere il candidato presidente?

Il vantaggio del caso Callipo è che spinge verso la verità. E l’impressione è che il Pd da Roma abbia guardato alla Calabria con gli stessi occhi impastasti di pregiudizio con cui da anni questa terra viene raccontata immaginando che sia vera e fondata la realtà di una terra irrecuperabile e irredimibile, che infetta (pardon: contagia) ed esporta malaffare ‘ndrangheta e disgregazione nel resto del paese. Un mondo da rovesciare come un calzino.

PS. Del resto, chi ha deciso che il Pd respingerà in consiglio regionale le dimissioni del consigliere Callipo? Una follia che sembra dimostrare che al ridicolo non c’è mai fine e pare inseguire una sconfinata voglia di scomparsa dal Pd da una terra in cui tanto non c’è, non ci sarebbe, nulla da fare.