L'ANALISI. Oliverio assolto, ma politica e giustizia sono nei guai

L'ANALISI. Oliverio assolto, ma politica e giustizia sono nei guai

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Quindi, Oliverio è stato assolto. Questo giornale e i giornalisti che firmano questo articolo lo hanno sempre faziosamente sospettato. Certo, grazie anche al privilegio di conoscerlo da decenni e di aver con lui tante volte discusso per appassionatamente concordare o polemizzare appassionatamente sugli argomenti di volta in volta in discussione.

Di passaggio, va sottolineata la motivazione del giudice che ha assolto l’ex presidente della Regione Calabria: “Perché il fatto non sussiste”. Se si esce dal linguaggio rispettoso delle forme giuridiche e si traduce l’espressione in un italiano comprensibile alle persone normali bisogna tradurre: non è vero che Oliverio è stato assolto perché non ha commesso il fatto di cui è stato accusato, ma perché quel fatto non è mai esistito, cioè le accuse contro di lui sono state conseguenza di una elaborazione di eventi mai esistiti. La motivazione, a ben guardare, è una copia “concettuale” del giudizio espresso dalla Cassazione quasi due anni fa che aveva avvertito nei confronti di Oliverio un pregiudizio accusatorio. E siccome i fatti dell’accusa non sono mai esistiti cadono anche le accuse contro la onorevole Enza Bruno Bossio e contro Nicola Adamo che erano stati accusati insieme ad Oliverio di aver consumato quei fatti illegali che oggi si afferma mai esistiti ma solo frutto di fantasia.

Quindi, tutto bene, madama la Marchesa? Assolutamente no.

La vicenda Oliverio per i tempi e le modalità in cui s’è consumata chiama in causa pesantissime responsabilità che sono fondamentalmente di carattere politico perché investono pesantemente quel mondo e la sua incapacità a riorganizzare e correggere, liberandolo dalle tossine della faziosità e della strumentalità, l’amministrazione della giustizia.

E’ tutta la politica che va accusata: tutta nessuno escluso. Una riflessione particolare spetterebbe alla sinistra che viene da una nobile tradizione garantista che a tratti sembra essere sfociata, al di là delle dichiarazioni, in un disperato giustizialismo. La verità però è che non ci sono innocenti: è l’intera politica che per progressiva debolezza ha accettato una deriva giustizialista prodotta da reciproche complicità tra politici e giudici. Ed è tutta la politica, senza alcuna distinzione di parte, che ad ogni arresto plaude prima di qualsiasi riscontro processuale alle iniziative dei magistrati.

Oliverio è stato massacrato e infangato "soltanto" per due anni. Mannino e Bassolino, un ex Dc e un ex Pci (che vengono usati in questi giorni per rappresentare un universo ampio di politici messi in croce ingiustamente) sono stati massacrati e infangati per decenni: tagliati fuori per tutta l’esistenza, o quasi, dalla libertà di fare ciò che ritenevano giusto.

Ma si può uscire da una giustizia che col frammentarsi e indebolirsi della politica appare sempre più la negazione dei diritti di tutti i cittadini?

Oliverio è stato indagato. Secondo i diritti e i doveri della magistratura. In una situazione in cui il semplice avviso di garanzia è diventato il suo esatto contrario, cioè un certificato di colpevolezza, come impedire che sopra chi finisce nel mezzo del meccanismo si chiuda il cielo dei diritti, della libertà, del proprio onore e perfino della speranza? Capitolo a parte quello dei giornalisti che lavorano in un paese in cui, piaccia o no, s’è imposta una cultura che vede gli avvocati sempre e comunque come difensori di diavoli che cercano di farla franca ai propri clienti che sono colpevoli marci, e i magistrati (sempre e comunque prima di tutto giudici, e quindi al di sopra delle parti e sempre e comunque interessati alla ricerca della verità) che cercano di fermare colpevoli che vogliono farla franca. Ovviamente tutto questo non ci assolve affatto dalle pesanti responsabilità come categoria nel suo complesso, e fatte salve le azioni individuali di ognuno di noi.

Come se ne esce? Non certo con pelose dichiarazioni di garantismo a scoppio ritardato (cioè due anni dopo), come ha fatto l’on Graziano (per chi non lo sapesse, commissario regionale del Pd calabrese).
Nessuno fin qui ha trovato o voluto dare soluzione all’inquietante interrogativo. Il nodo è troppo intricato per essere sciolto: ma non se ne esce senza un drastico intervento che oltre a proporre una radicale riforma della giustizia separando le carriere di chi accusa e di chi giudica, si carichi della responsabilità collettiva di diffondere nella società italiana, a partire dalle zone più problematiche del paese, come la Calabria, una cultura realmente garantista. Che significa il rispetto dei doveri da parte dei tutti ma anche la tutela piena dei diritti di tutti.