APPUNTI (Elettorali/2). Luoghi comuni e sciocchezze sul voto dei calabresi

APPUNTI (Elettorali/2). Luoghi comuni e sciocchezze sul voto dei calabresi

pendolo

Devo al mio collega (ed amico) Paride Leporace un approfondimento sul “Pendolo” che questo giornale ha eleborato e ripetutamente utilizzato come schema nel tentativo di avviare una migliore lettura e comprensione del comportamento elettorale dei calabresi negli ultimi 20 anni.

“Il Pendolo” non ha bisogno di dimostrazioni. E’ un fatto storico facilmente verificabile da chiunque. Oscilla con implacabile precisione dal Cdx al Csx e viceversa. I dati delle elezioni regionali degli ultimi 20 anni, durante i quali i calabresi, dopo la riforma che ha affidato l’elezione diretta del presidente della Regione agli elettori (prima il Presidente veniva scelto dai consiglieri regionali) hanno deciso col proprio voto a chi affidare la direzione della Regione e dei suoi governi, sono inequivoci.

Le prime elezioni col voto diretto dei calabresi per scegliere il Presidente della Regione si svolsero nel 2000. Venne eletto il candidato del Cdx, Giuseppe Chiaravalloti, magistrato, che subentrò all’on. Luigi Meduri presidente uscente di Csx.

Da allora, con la precisione implacabile del Pendolo, ogni 5 anni, in Calabria si è passati da uno schieramento a quello avversario. Dal Cdx di Chiaravalloti, al Csx di Loiero, al Cdx di Scopelliti, al Csx di Oliverio, al Cdx della Santelli che, purtroppo, non ha potuto concludere il suo mandato bloccando, per ora, l’oscillazione e quindi la logica del Pendolo e determinando una profonda incertezza sul vincitore delle prossime elezioni. (Chi scrive crede che la Santelli, se avesse potuto svolgere il suo mandato, alla fine sarebbe stata sconfitta dal suo avversario, chiunque fosse stato; e crede che anche Oliverio, se si fosse ri-candidato, come aveva chiesto, avrebbe perduto anche se in modo molto meno imbarazzante di Callipo. Un ragionamento, questo, non connesso alle capacità e alla correttezza di chi governa – quindi, tanto meno dei miei amici Santelli e Oliverio -, ma fondato sull’assunto, dimostrato dal Pendolo, che chi governa la Regione Calabria alla fine perde, e si potrebbe aggiungere: necessariamente; ma sul perché serve un altro articolo).

“Il Pendolo” racconta e certifica che tutte le volte che i calabresi hanno votato con il potere di scegliere, direttamente e senza mediazione alcuna, si sono ribellati e opposti alla situazione che hanno trovato, hanno bocciato lo schieramento politico che li aveva governati fino a quel momento e hanno affidato le loro speranze future a chi, in quel momento, era opposizione. Insomma, hanno sempre operato per il cambiamento, il rinnovamento, la speranza di modificare il futuro. Precisiamolo: questo non è un giudizio politico ma una ricostruzione storica. Tutto questo è verificato. Costituisce, quindi, la piattaforma necessaria e imprescindibile per qualunque valutazione sul voto dei calabresi.

Curiosamente, sembra esserci una ritrosia degli analisti politici della Calabria a tener fermi dati e tendenze ininterrotte di un ventennio che invece consentirebbero valutazioni politiche di straordinaria concretezza.

Intanto, la logica del Pendolo che si srotola ininterrottamente da un ventennio (una lunghezza sterminata nel tempo storico della società globale) ridicolizza e distrugge la massa compatta di luoghi comuni e pigre narrazioni enfatiche, o peggio etiche e morali, sulla qualità (che si presume sempre più scadente e inquietante) del voto dei cittadini della Calabria. Per esempio, manda in frantumi l’idea che il voto di questa regione sia pesantemente condizionato, o addirittura determinato, dalla ‘ndrangheta e ad essa funzionale. Non si capisce e nessuno riuscirebbe a spiegare perché la ‘ndrangheta dovrebbe, ogni cinque anni, sottoporsi all’immane fatica di spostare la maggioranza degli elettori calabresi dal fronte in cui li avrebbe spinti e collocati in precedenza a quello opposto. Come si fa a raccontare il voto calabrese come voto mafioso se i calabresi ogni volta che possono votare bocciano chi li ha governati, cioè i rappresentanti del potere che c’è, inseguendo una possibilità diversa e il cambiamento?

Ovviamente la ‘ndrangheta ci prova. Come scrisse tanti anni fa il procuratore della Repubblica di Palmi, Agostino Cordova: “la mafia c’è, vota e fa votare”. Ma, possiamo aggiungere pensando al “Pendolo”, che il suo potere di determinare il risultato elettorale, tranne che in qualche minuscolo paesino, è irrilevante. La diceria, che la stessa ‘ndrangheta ha interesse ad alimentare, del suo controllo elettorale è in realtà truffaldina. Del resto, già molti anni fa Salvatore Lupo, forse il più lucido e rigoroso storico italiano della mafia, spiegò in un prezioso libretto sul processo Andreotti (Andreotti, la mafia, la storia d’Italia; Donzelli, 1996) che la capacità di controllo del voto da parte delle cosche è irrilevante e la sua pretesa di determinare il voto in un’ampia dimensione è truffaldina).

Anche la diceria di un voto massicciamente clientelare gestito da corrotti e capi bastone del sistema di potere calabrese (anche loro ci sono: votano e fanno votare) fa acqua da tutte le parti. Chi governa si presume abbia il controllo delle fondamentali leve del potere clientelare e della distribuzione delle prebende e, si presume ancora, le attivi al momento del voto per vincere le elezioni. Ma non è così. In Calabria chi governa viene regolarmente sconfitto. L’inequivoca volontà dei calabresi si manifesta con la regolare bocciatura di chi li ha governati e con la ribellione verso i detentori del potere. Un quadro che costringe ad accantonare pigrizie intellettuali e la gran parte dei ragionamenti e degli argomenti che infuriano sui giornali e tra gli analisti ideologizzati dell'ultima ora. E’ necessaria questa rottura intellettuale e culturale se si vogliono veramente ricercare e illuminare le ragioni che inchiodano la Calabria all’arretratezza.

Ecco, caro Paride, perché credo che tenere fermo lo schema del Pendolo possa aiutarci a capire meglio come funzionano e come stanno le cose in Calabria.