L'INTERVENTO. Quirinale, Palazzo Chigi

L'INTERVENTO. Quirinale, Palazzo Chigi
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Avvicinandosi sempre più la data dell’elezione del presidente della repubblica emergono e riemergono, si rincorrono e si fronteggiano esternazioni e prese di posizione dal sapore diverso. Ultimamente c’è stato chi ha detto che l’esito delle votazioni per il sindaco di Roma potrebbe abilitare la destra a promuovere un suo candidato; un esponente di rilievo del pd nazionale si è sbilanciato scrivendo sul suo blog che è meglio se Mattarella rompa gli indugi e formalizzi inequivocabilmente il suo no a una eventuale rielezione, pena una vera e propria ‘torsione costituzionale’; il direttore de L’Espresso lamenta l’assenza di una regia, quale che fosse, evocando Cossiga dei tempi che furono e altri playmaker del passato. 
In agosto era stato Ferruccio De Bortoli sulla prima pagina del Corriere della Sera a parlare papale papale: Mattarella dia il naturale seguito al suo ineccepibile mandato pronunciandosi per la sua disponibilità al rinnovo del settennato, e incitava i vari attori deputati a sollecitarlo in tal senso. Le argomentazioni erano tutte centrate sul ruolo simmetrico, ma più correttamente binario, di Draghi: con il doveroso rispetto per Mattarella, s’intende, e con gli accenti posti su due questioni.

Il premier, scrive De Bortoli, deve proseguire l’opera di governo fin qui condotta, di concerto con il Colle, in merito al Pnnr ma non solo (si pensi alla desecretazione di tanti atti di tanti misteri italiani, alla mano ferma nella gestione del covid, a come riesce a sterilizzare Salvini): quale governo potrebbe ricevere il testimone della staffetta, mostrare competenza, senso dello stato, efficienza, rispettare agenda e tempi? 

E qui subentra la seconda questione: quale governo, con quali partiti, salute e condizione dei partiti? Da Conte in poi non si ravvisa particolare fermento rifondatore o rigeneratore delle forze poltiche-e’ del tutto evidente. 
Il pd, sue porzioni significative, inneggia e insegue insegne oltranziste osannando accordi strategici con 5Stelle, per quanto incalzato flebilmente da frange irrequiete che sarebbe generoso definire riformiste. La Lega ha i governatori da una parte e Salvini da un’altra: in stato confusionale. Meloni ancora rimpiange il ventennio e i sopranominati 5Stelle oscillano fra movimentisti e istituzionalisti.

Draghi, dunque, o a Palazzo Chigi o al Quirinale, diventa anche la cartina di tornasole dello stato di salute della politica e dei partiti e dei giochi che si stanno svolgendo, alla luce del sole o sotto traccia, per superare quella che da più parti si vuole considerare una parentesi: i più maliziosi sospettano per tornare a vecchie pratiche spartitorie, riti noti e pratiche consuete.  In un sol atto: rimuovere i tecnici. 
Secondo Michele Serra Draghi sarebbe un ottimo candidato della destra, perché non è promotore di cambiamento, da lui ascritto a motivo discriminante per potersi definire di sinistra, e Galli della Loggia parla di presidenzialismo strisciante e l’ormai frequente far ricorso a figure tecniche come surroga e non già in qualità di supporto e di knowhow è da lui evidenziato come fatto se non doveroso immanente, ormai.
 
Alcuni, pochi, mesi davanti li abbiamo, e questi mesi saranno decisivi pure per il mezzogiorno: non solo per l’esito di elezioni regionali e comunali ma per la piega che prenderanno politica e istituzioni nazionali. 
Dei vecchi partiti non abbiamo che farcene.