
Pensare che una crisi come quella generata dall’attacco russo all’Ucraina possa essere risolta con sanzioni economiche e di isolamento politico e morale è, mi dispiace scriverlo, insensatamente ottimista. Questo non vuol dire appoggiare o riconoscere la legittimità dell’invasione dell’Ucraina. Chi voglia interpretare in questo senso la mia affermazione è invitato a leggere l’articolo dei giorni scorsi sul Corriere della Sera del presidente emerito della Corte Costituzionale, poche settimane fa candidato alla nostra massima magistratura, Sabino Cassese. Durissimo nel negare la legittimità dell’intervento militare, ma realista nel porre in dubbio l’efficacia delle sanzioni economiche.
Tra le sanzioni morali, altre si sono aggiunte, personali e collettive. L’esclusione dal Metropolitan della soprano Netrebko mostra che non basta non essere amici di Putin, occorre anche ghettizzare chi non ne prende le distanze. E ieri, la sospensione della Russia dallo status di membro osservatore del CERN. Decisione senza precedenti, la cui possibilità era stata commentata sfavorevolmente da Ugo Amaldi, e che, secondo John Ellis, paralizzerà le attività del CERN. Entrambi scienziati di fama mondiale, basta leggerne le biografie su Wikipedia. John poi, anche diplomatico del CERN. Ha contribuito con Maiani a creare il legame con l’America Latina e con chi scrive a che l’Iran e il CERN firmassero nel 2001 un Accordo Internazionale di Cooperazione.
Pare che al CERN i russi contrari alla guerra abbiano sottoscritto (o dovuto sottoscrivere) una dichiarazione (riservata) di dissociazione. Incomprensibile riservatezza, se gli altri saranno allontanati. E di dubbi risultati. Avranno i promotori dell’iniziativa considerato che gli scienziati espulsi potranno essere utilizzati in ricerche militari quando rientrino in Russia? Quos Deus vult perdere ...
Tra le sanzioni politiche si distingue l’azione promossa dall’Organizzazione Mondiale del Turismo, UNWTO, o meglio dal suo Segretario Generale, per sospendere la Russia. Persona controversa, Zurab Pololikalishvili. Dato il suo controllo di quell’organizzazione, è da prevedere che otterrà la sospensione. Eppure essa è stata proposta forzando gli Statuti dell’UNWTO, come ha garbatamente fatto notare l’ex ministro degli Esteri dello Zimbabwe e vicepresidente della Rete Mondiale del Turismo, WTN, Valter Mzembi, osservando che si tratta di una decisione politica che più che di competenza dei ministri del Turismo pare esserlo di livelli di governo più alti. En passant, Mzembi ha osservato che sarebbe opportuna una astensione di Pololikashvili, per il conflitto di interessi derivante dall’essere il Segretario Generale georgiano.
A parte queste considerazioni, è interesse della comunità internazionale promuovere l’anarchia tra gli organismi delle Nazioni Unite?
Ma torniamo alle sanzioni economiche. I corifei della loro efficacia pronosticano un tracollo interno della Russia possibile foriero di un cambio politico. Sarà così? Gli esempi di sanzioni precedenti non sembrano confortare questa aspettativa e la ridimensionano a wishful thinking. Nel 1935 il nostro paese aggredì l’Etiopia. Le sanzioni della Lega delle Nazioni non furono certo causa della caduta del fascismo. Da oltre sessant’anni Cuba è oggetto non solo di sanzioni, ma anche di un embargo, sia pure non generale. Ne sono usciti rafforzati i cubani di Miami, con influenza più sulle elezioni presidenziali americane (si ricordino la sconfitta di Gore e la vittoria di Trump) che sul regime cubano. E possiamo aggiungere le sanzioni all’Iran, alla Repubblica Federale di Yugoslavia, alla Siria. Solo nella RFY si ebbe un effetto, ma certo non ne furono causa le sanzioni di Clinton. Le sanzioni possono essere evase, per motivi politici (come nel caso dell’appoggio russo a Cuba e Siria) o semplicemente economici, nonché mitigate. Sette banche sanzionate, ma non quella attraverso cui si paga il gas.
Ma questo caso è diverso, dicono. La società russa è troppo occidentalizzata per poter resistere a privazioni da altra epoca. Reagirà. Indicative le dimostrazioni a Mosca e San Pietroburgo. Strana sineddoche. La Russia non coincide con le sue due maggiori città come gli Stati Uniti non coincidono con le due Coste (vittoria di Trump contro Hillary Clinton docet). E comunque meriterebbero considerazione due recenti interviste (allo storico Roj Medvedev e al nipote di Gramsci) per comprendere il modo in cui molti in Russia vedono l’intervento.
È probabilmente maggiore l’effetto negativo per il nostro Paese. Al problema energetico stiamo rispondendo senza interrompere gli acquisti, ma che succederà se si interromperanno le vendite? Altro problema una possibile crisi nella fornitura del grano. Altri i danni alle nostre industrie e banche, essendo l’Italia il quinto paese per relazioni verso la Russia. Ed è dubbio che i sequestri di qualche magione (sempre che non succeda come per alcuni sequestri alla mafia) li possano compensare.
Last, but not least, un commentatore ha magnificato, citando Kant, le democrazie in cui la Guerra la decide il voto del Popolo o dei suoi delegati rispetto alle autocrazie, estrapolandone che “di solito” le democrazie non si fanno guerra tra loro. Altra affermazione che confonde la realtà con la propria interpretazione dei fatti. Kant è morto nel 1804 e lo scritto è di una decina d’anni prima. Le uniche democrazie esistenti a quell’epoca erano i giovani Stati Uniti, le cui guerre sono per altro decise dal presidente autorizzato da mandati generici del Congresso, e San Marino. La francese era divenuta autocratica e la successiva, Haiti sarebbe nata 42 giorni prima che Kant morisse. Dopo? dipende da che significa «di solito», e che significhi democrazia (penso all’America Latina e la ridefinizione delle frontiere nel XIX secolo, o alla Guerra della Cordigliera del Condor più recentemente, ma anche a un certo numero di interventi americani soprattutto in Messico). Né appellarsi alle Nazioni Unite come alternativa alle assemblee popolari aiuterebbe. Il caso del Kossovo lo dimostra.
Vuol dire questo che non c’è da fare altro che chiedersi come andrà a finire e assistere ai talk shaw che hanno rimpiazzato quelli sul COVID? Ovviamente no, ma lasciamo ai diplomatici il difficile compito di trovare come convergere, evitando tragedie maggiori, verso quella che molti analisti considerino la sola possibile conclusione di questa guerra: indipendenza e neutralità dell’Ucraina, ridefinizione delle frontiere tra Russia e Ucraina. Questo richiederà cedimenti da ambe le parti, ed è possibile che lasci in sospeso altre questioni potenzialmente esplosive, ma il raggiungere un compromesso non è certo facilitato da un banale manicheismo e dall’alimentare il fuoco con la benzina, specie poi quando il prezzo di questa è molto caro.