L'ANALISI. Ma nelle urne ha vinto l'area che guarda al Premier

L'ANALISI. Ma nelle urne ha vinto l'area che guarda al Premier

Di primo acchito i risultati del ballottaggio sono chiarissimi: il centrosinistra stravince. Una vittoria squillante in tutti i punti decisivi dello scontro: Verona, Piacenza, Alessandria, Monza, Parma, fino a Catanzaro, dall’altra parte dell’Italia, dove il centrodestra dopo oltre un ventennio (e dopo un primo turno in cui l’area del Centrodestra ha toccato il 54%), viene relegato all’opposizione.

Del resto, la notizia del successo di Letta e del Pd, troneggia su tutte le prime pagine dei giornali. Su quelli che informano e quelli che fanno il tifo per il centrosinistra. E viene rimpicciolita, fino talvolta a sparire, sui giornali che tirano la volata al centrodestra, con la sola notevole eccezione del berlusconiano Il Giornale che “spara” un titolo cubitale “L’ultimo harakiri del centrodestra” e nel catenaccio aggiunge un impietoso: “Suicidio politico … una batosta su cui riflettere”.

Ad approfondire risultati e dibattito, però, si scopre una maggiore complessità che potrebbe avere un ruolo decisivo in futuro quando si arriverà alle elezioni politiche del 2023. L’importanza di queste elezioni non è stata infatti coniugata con la possibilità di capire cosa accadrà nel 2023? Ma procediamo con ordine.

Intanto, bisogna fare il conto con l’anomalia di un centrosinistra che vince nonostante una crisi che sembra averlo frantumato per la scomparsa del suo più importante e corposo alleato, il M5s. Inoltre, lo sbandierato Centro del centrosinistra, il cuore del mitico campo largo di Letta, continua ad essere evanescente e pieno di contrasti al proprio interno e col Pd. Ancora ieri, a risultato elettorale definitivo, il leader di Azione, Carlo Calenda, ha dettato all’Ansa: “I nostri candidati sono andati tutti in doppia cifra ed erano iscritti ad Azione e a +Europa e guardando i flussi i voti vengono metà dal centrosinistra e metà dal centrodestra, ed è quello che faremo”. Per non dire di Renzi che, pur ribadendo la sua collocazione nel centrosinistra, in queste elezioni si è a volte schierato per candidati di area diversa.

Eppure i voti e i risultati di domenica sono lì e, a fronte di polemiche e differenze nel centrosinistra vittorioso, raccontano che una stessa spinta, cioè uno stesso fenomeno, alla fine, ha operato con lo stesso effetto dappertutto, a sud e a nord del paese, unificando il significato politico dei risultati elettorali e collocandoli, pur non trattandosi del cosiddetto campo largo di Letta, accanto al Pd.

E’ possibile e legittimo ipotizzare che questa spinta (una massa diffusa di voti nel paese) verso il successo del centrosinistra sia l’effetto dell’area politica e culturale che fin qui impropriamente è stata identificata come area Draghi e/o Draghismo? L’equivoco più clamoroso sul fenomeno è la tendenza a confondere “area Draghi” e “Draghismo” con una struttura di partito organizzato. Ancora ieri sul Messaggero Giovanni Diamanti (autorevole sondaggista e figlio d’arte) ha identificato un’area Draghi, a cui correttamente fa risalire una delle possibili spinte del successo del centrosinistra di domenica, a Draghi e racconta le difficoltà a fare di quell’area un partito, specie dopo l’esperienza infelice di Monti.

Ma è possibile, forse, un’altra lettura radicalmente diversa: la cosiddetta area Draghi non è un partito o la conseguenza di una strategia, ma una componente politica e culturale cresciuta nel nostro paese grazie all’esperienza di Draghi. Una sensibilità diffusa che non aspira e non può diventar partito, ma può venire in gran parte assorbita da uno schieramento e/o da uno o più partiti a cui viene riconosciuta la stessa sensibilità, gli stessi orientamenti, gli stessi obiettivi dell’erroneamente detto e inesistente “Partito di Mario Draghi”. Non, quindi, un’area organizzata che spinge verso una direzione ma, al contrario un’area che viene assorbita in partiti, o in un partito, i cui obiettivi sono conciliabili.

In questo caso non vi sarebbe alcuna contraddizione tra quanto sta avvenendo nel nostro paese e il successo del Pd di Letta. Il segretario del Pd, da quando ha preso la direzione di quel partito, lo ha schierato con convinzione e in modo determinato accanto all’attuale presidente del consiglio. Letta è stato l’unico leader ad assecondare con convinzione (probabilmente maturata autonomamente) le svolte impresse alla politica italiana da Draghi. Il solo a non giocare su questo o quel punto, a non spingere in un verso o nell’altro, con la speranza di acciuffare un po’ di visibilità. E’ probabilmente da questo che è arrivato a Letta il successo di domenica scorsa e non dal suo mitico campo largo.

*dal Dubbio del 28 giugno 2022.