Direttore: Aldo Varano    

Non solo il Sud ma tutto il paese si consegna a Salvini. PITARO

Non solo il Sud ma tutto il paese si consegna a Salvini. PITARO

slvn       di ROMANO PITARO -

 “E come avvien, quand'uno è riscaldato,/ Che le ferite per allor non sente; / Così colui, del colpo non accorto,/Andava combattendo ed era morto”. Quando Matteo Salvini legge l’Orlando innamorato (nella versione di Berni) che con un colpo di spada taglia in due Alibante da Toledo che seguitava a combattere dopo essere stato affettato, non pensa a fantastiche avventure, ma all’Italia descritta dal Censis, dall’Istat, dalla Svimez.

L’Italia che non cresce, lascia soccombere le piccole imprese e galleggia nella depressione temperata dai rumori di fondo del “Palazzo”, che srotola appelli, twitta compulsivamente e si agita senza costrutto. Un’Italia tagliata in due (il Nord disorientato ed il Sud annullato) che, appunto, come il cavaliere spagnolo, “andava combattendo ed era morta”.

Per cui, d’accordo con Aldo Varano: si faccia attenzione all’Opa sul Mezzogiorno lanciata dalla Lega 3.0, ma aggiungerei altro. Non soltanto del   Mezzogiorno si occupa la Lega non più secessionista. E’ il Paese che è entrato nel suo mirino. E’ il Paese che, perinde ac cavader, si sta consegnando nelle sue grinfie nazionaliste ed euroscettiche. Un Paese a cui la crisi economica[U1] ha inferto colpi micidiali, mentre il “Palazzo” s’è arroccato e non intercetta più gli umori della gente. Al punto che la politica, delirando, escogita di fermare la protesta sociale specializzando le forze dell’ordine nell’uso di spray al peperoncino.

L’esempio più recente di questa politica autistica, è l’atteggiamento assunto dinanzi all’astensionismo nel voto del 23 novembre: derubricato a fatterello regionalistico. Quando invece è stato un clamoroso segno della disaffezione dei cittadini verso la politica italiana e la sua architettura istituzionale, viste come strumenti di potere inefficiente. L’autoreferenzialità delle classi dirigenti genera nei cittadini una sfiducia verso le Istituzioni destinata, se non si cambia passo, a gonfiarsi e ad incunearsi, attraverso forme anche inedite, nel vorticoso ciclo di questa democrazia post-ideologica.

Roma corrotta e infetta, dopo le “cattedrali” laiche del Nord inzaccherate dalle mafie; una crisi economica che non intacca profitti e rendite, getta sul lastrico intere famiglie ed amplia la povertà specie nel Mezzogiorno, mentre il Parlamento vota la legge delega sul  Jobs act. Sì, “la prima vera riforma del Governo Renzi”, ma che per creare lavoro necessita - spiegano gli esperti de “Lavoce.info” - di ben sei decreti per attuare i dettagli delle norme quadro. E poi, un’Europa imbelle. Ritardataria su ogni vicenda internazionale. Costoso feticcio di cui sfugge ogni prospettiva che ne giustifichi l’esistenza in vita.

Dove porta tutto questo? Al lepenismo italiano interpretato da Salvini, pronto a schizzare nei sondaggi ed a trasformare il disagio degli italiani in voti che, specie se si votasse nel 2015, farebbero della Lega nazionale una forza politica di primissimo piano. Salvini non pensa di acciuffare il Sud, perché non c’è più nel dibattito pubblico una questione meridionale o settentrionale. La posta è ben diversa. Sulla piazza globale confluiscono dinamiche economiche, sociali ed istituzionali che esigono nuove chiavi di lettura; e le criticità di cui inevitabilmente occuparsi - anche da questa parte di Mezzogiorno - concernono il destino dell’Occidente a un punto di svolta, nonché il futuro della democrazia che, nelle forme fin qui sperimentate, non regge l’urto degli sconvolgimenti in atto.

Salvini pensa di conquistare gli italiani, che in massa fluttuano in attesa di un’interlocuzione appagante. Dopo la Lega separatista, sprigionata dalla crisi della prima Repubblica e finita in un abisso di nullismo culturale e corruzione, ci aspetta il lepenismo in salsa Lega 3.0 che punta a colmare i vuoti lasciati dalla politica di destra/centro/ sinistra, producendo a tavolino le risposte che l’Italia reclama. Adesso kitsch ed arruffona, apparentemente innocua nella comunicazione mediatica che specula su paure collettive e idiosincrasie sociali, ma, strada percorrendo, sempre contando sull’apporto che l’establishment economico non ha mai negato a chi promette “legge e ordine” pur di sgombrare le piazze dai facinorosi operai e dalle migliaia di “vite rinviate” dello scandalo del lavoro precario, col rischio che si trasformi nel mostro temuto da ogni democrazia…


 [U1]