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Ma Reggio è solo “una” delle Calabrie. Manca una visione non frantumata e non campanilistica

Ma Reggio è solo “una” delle Calabrie. Manca una visione non frantumata e non campanilistica

lclbr   di MATTEO COSENZA -

Caro Aldo, ho letto con interesse il tuo articolo su Gambi e l’Area dello Stretto. E condivido anche le tue conclusioni: oggi Gambi probabilmente prenderebbe atto che la storia e la… geografia hanno nel frattempo preso una direzione diversa da quella da lui invocata. Chissà.

Intanto una notazione personale, che spiega anche la particolare curiosità che le tue riflessioni mi hanno suscitato e che rimanda a una mia lontana esperienza. Era il 1978 (Lucio Gambi morirà nel 2006) e con la “Voce della Campania”, di cui ero il direttore, decidemmo di fornire una lettura della geografia della Campania diversa da quella che ne dava un altro grande geografo italiano, il napoletano Francesco Compagna. Non a caso furono i geografi napoletani di scuola gambiana – Pasquale Coppola, Gennaro Biondi, Ugo Leone, Mariarosaria Abignente, Lida Viganoni, Annamaria Damiani, Georges Maury – a scrivere la “Geografia della Campania” che fu allegata in quindici fascicoli al quindicinale e che provocò qualche dolore a Compagna. Con la “Voce della Campania” realizzammo, sempre a fascicoli, altre due opere che completarono la lettura: la “Storia della Campania”, coordinata da Francesco Barbagallo e scritta da 37 storici, e “Cultura materiali, arti e territorio in Campania”, coordinata da Ferdinando Bologna, Cesare De Seta, Bruno D’Agostino e Werner Johannovsky.


Chiusa la parentesi campana, qualche osservazione sulla Calabria. Quella che Gambi indicava - Regione dello Stretto - come una vocazione naturale di questo luogo straordinario era una tesi stimolante, forte dell’idea che «le grandi regioni urbane sono disegnate dalla natura e dalla storia». Del resto questa tesi non è stata mai abbandonata come ancora di recente il dibattito sulla città metropolitana ha dimostrato, nonostante il disinteresse di Messina. E Reggio è rimasta una delle Calabrie, e la Calabria, che queste contiene, non è riuscita a modificare il proprio ruolo di terra di transito. Anche l’infinita vicenda del Ponte è vista più in chiave siciliana che calabrese, anzi direi che il ponte, che per definizione scavalca, attraversa e unisce mondi separati, collegherà, quando e se si farà, la Sicilia all’Italia e incidentalmente alla Calabria. Non sfioro neanche, come si vede, i controversi temi della fattibilità dell’opera, dei suoi costi e delle priorità locali e nazionali.

Che cosa è mancato in questi anni al punto di far tramontare la prospettiva che un geografo visionario e al tempo stesso con i piedi per terra indicava? Credo, una forte guida regionale che avesse una visione non frantumata e tutto sommato campanilistica e, quindi, opportunistica del territorio.

Prendiamo un altro luogo, Lamezia. Il dibattito pluridecennale sulla sua predisposizione naturale (per collocazione, orografia e infrastrutture) a baricentro della Calabria non ha fatto grandi passi in avanti salvo scelte per così dire naturali sulle richiamate infrastrutture e sui servizi imposte dalle cose più che dal governo del territorio. Intanto nessuno vuol cedere pezzi, anche limitati, della propria autonomia: vedi Catanzaro, che nel frattempo si è anche dotata, verso l’altro mare, di una Cittadella Regionale che ne sancisce definitivamente la funzione di centro della Calabria. Ma chi può negare che il luogo più congeniale a dare unità e semplicità alle attività e alle funzioni della regione non sia la piana lametina? Di recente ho scritt

o l’introduzione a un libro di prossima pubblicazione che contiene riflessioni, elaborati e documenti di Costantino Fittante sul tema. Ricordo che l’autore, dal lungo corso politico, è stato anche sindaco di Sant’Eufemia Lamezia. Ebbene, mi ha colpito che una pluridecennale attività individuale e collettiva sia rimasta una riflessione teorica senza riflessi rilevanti sulla realtà.

A conti fatti, con qualche eccezione come il Pacchetto Colombo con il quale si cercò di dare una risposta in positivo alla rivolta di Reggio e che è stato realizzato in parte e in parte è fallito, si può dire, estremizzando, che in Calabria, e per estensione nel nostro Paese, operazioni come Brasilia o i grattacieli di Pudong a Shanghai, sono impossibili; d’altro canto l’Italia è il paese che non riesce a fare neanche le due cose più necessarie quali la manutenzione del territorio e la tutela dei beni culturali. Da noi sembra inconcepibile che qualcuno dall’alto, sostenuto dal consenso maturato nel confronto e nella definizione degli obiettivi, possa indicare le linee di sviluppo del territorio. Allo stesso tempo dal basso non si riesce a produrre che un gran parlare, un fiorire di documenti e scenari, ma quasi mai scelte che poi vengano attuate. Logiche campanilistiche, visioni alquanto anguste, interessi consolidati e altri lacci impediscono di fatto la pianificazione del territorio. Nasce qualcosa lì, si realizza qualcosa là, si fa qualche abuso qua e là, si progetta anche ma manca quasi sempre il piano che inquadri questi progetti in una visione unitaria, e poi si ruba, si ruba, si ruba, come avviene in tutto il mondo ma con la peculiarità tutta italiana di non fare le cose o di farle male. I Gambi, i Compagna e i loro successori hanno scritto e scrivono libri importanti e hanno fatto e fanno benissimo i professori universitari, ma la storia va troppo spesso per il suo verso, spesso storto. Per stare in tema, le nostre città più belle sono quelle venute su in epoche lontane, sulle nuove stenderei un velo pietoso. Però, in accademia siamo bravissimi.