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SUD. Ma lo Stato nega il diritto all’uguaglianza delle prestazioni

SUD. Ma lo Stato nega il diritto all’uguaglianza delle prestazioni

diritti negati   di ISAIA SALES -

I bambini della provincia di Trento ottengono nei test scolastici punteggi più alti in italiano e matematica rispetto a quelli campani, calabresi e siciliani. In provincia di Trento il 23% dei bambini frequenta un asilo nido (cioè quasi un bambino su quattro) mentre in Campania solo il 2% e il 2,1% in Calabria. C'è un nesso tra le due cose? Cioè tra frequenza degli asili e maggiori performances in italiano e matematica nelle scuole?

In uno studio di Vittorio Daniele, dell'Università di Catanzaro, intitolato «Il più prezioso dei capitali. Infanzia, istruzione, sviluppo del Mezzogiorno» questa interrelazione viene dimostrata. Ed è un fatto questo che non può restare senza conseguenze nel delineare le priorità di una innovativa politica pubblica verso il Sud d'Italia. Non avere asili-nido non solo rende più povero civilmente il Sud, ma contribuisce a renderlo meno competitivo perché incide fortemente sulla qualità del capitale umano che, come è noto, è un elemento decisivo della competizione economica.

Oltre all'infanzia senza servizi adeguati, abbiamo nel Sud una sanità malata (delle sei regioni che non raggiungono la sufficienza nell'erogazione dei livelli essenziali di assistenza, cinque sono meridionali); ci vogliono nel Sud più di sei anni per un procedimento esecutivo immobiliare rispetto ai due anni e quattro mesi nei tribunali del Centro-Nord; solo 18 cittadini su 100 di età superiore ai 65 anni usufruisce in Campania di assistenza domiciliare integrata rispetto ai 93 del Veneto; le città sono più sporche, la depurazione delle acque meno efficace, il verde pubblico meno presente, così come gli impianti sportivi, le biblioteche, i teatri, solo per citare alcuni settori.

Alcuni studiosi, come Cersosimo e Nisticò, arrivano a dire che è nella carenza di servizi pubblici la vera povertà del Mezzogiorno, è qui che si opera il divario più acuto e più denso di conseguenze per il futuro.

In genere se ne giustifica l'assenza a causa di una minore pressione fiscale: essendo la maggior parte dei servizi di competenza dei Comuni e delle Regioni, lo squilibrio lo si ritiene logica conseguenza della più bassa o addirittura inesistente tassazione locale nel Sud.

Ma uno studio sulle entrate tributarie dei Comuni (svolto da Pica, Pierini e Villani) smentisce clamorosamente questo assunto: nel 2012, ad esempio in Veneto, con una media di reddito per abitante di quasi 29.477 euro, ogni cittadino ha versato in media al proprio comune di residenza 532 euro, mentre uno campano, con un reddito di quasi 16.452, ne ha versato 550.

È avvenuta una storica inversione nella tassazione locale, di cui l'opinione pubblica nazionale non è pienamente informata: i cittadini delle Regioni economicamente forti sopportano un carico fiscale minore in cambio di un più elevato livello di servizi. Da12007 al 20121a pressione fiscale è cresciuta nel Sud del 44%! Quindi non è perché paghiamo meno tasse che abbiamo livelli bassissimi di servizi pubblici. Almeno, non più.

Altra spiegazione fornita a questa impressionante disparità di "Stato minimo" è di ordine economico: si sostiene che si producono minori servizi collettivi laddove l'economia è più debole. Ma questa spiegazione potrebbe riguardare tutt'al più il mercato privato, che ovviamente fornisce offerte di servizi inferiori laddove la ricchezza è meno diffusa, non ai servizi in cui è lo Stato a dover garantire la parità di prestazioni.

Insomma, il principio costituzionale di uguali diritti sociali e civili di tutti gli Italiani (al di là del luogo dove sono nati e del reddito prodotto) viene clamorosamente inapplicato soprattutto nei servizi pubblici. È qui che il divario è ancora più insopportabile, perché esso non dipende dal mercato ma dallo Stato in tutte le sue articolazioni, centrali e locali. il benessere sociale e civile non può assolutamente dipendere dal reddito. Scrivono Cersosimo e Nisticò che è meno accettabile non potersi curare allo stesso modo in Italia tra un calabrese e un lombardo rispetto al fatto che essi godano di redditi fortemente differenziati e abbiano diversissime opportunità di lavoro. Tutto ciò non è compatibile con un'idea di Stato-Nazione. Per quale motivo al danno di non trovare lavoro deve aggiungersi la beota di non potersi curare allo stesso modo? È un nesso inevitabile povertà economica e povertà civile?

In altre nazioni le differenze economiche, che pure esistono tra diversi territori, non comportano affatto un'altrettanta differenza nelle prestazioni di servizi collettivi. Prendiamo gli Stati Uniti d'America: anche lì ci sono alcuni Stati che non hanno lo stesso sviluppo economico di altri, ma alcuni servizi essenziali sono presenti spesso allo stesso livello degli Stati più ricchi: è questa garanzia che permette una grandissima mobilità interstatuale, perché dovunque trovi lavoro trovi anche i servizi che connotano i livelli di civiltà di una nazione. Anche in Europa è lo stesso: in Germania la relazione redditi-servizi non è assolutamente automatica, cioè non vi sono differenze sostanziali in termini di disponibilità e qualità dei servizi di cittadinanza pur essendo presenti Lander diversamente sviluppati. Stessa cosa si verifica in Francia e in Polonia. E anche se in Gran Bretagna e in Spagna c'è qualche differenziazione territoriale nei servizi in rapporto alla ricchezza maggiore o minore dei suoi cittadini, tali differenze non arrivano neanche lentamente a quelle esistenti in Italia.

Ecco perché propongo per il Sud un masterplan sui livelli minimi di civiltà nei servizi pubblici da realizzare in 10 anni, in cui fissato un standard di equità, cioè la soglia minima di prestazioni garantita dallo Stato ad ogni suo cittadino, si proceda a realizzarlo mettendo insieme fondi nazionali, regionali, comunitari e comunali. A controllare i passi avanti potrebbe essere un comitato composto da alcuni dei maggiori intellettuali italiani. Cambiando anche le norme sugli scioglimenti degli enti locali: non più o solo per infiltrazioni mafiose, ma anche per «assenza di civiltà minima». Cioè se un comune non costruisce l'asilo nido, il suo sindaco e la sua maggioranza debbono andare a casa, e prima delle nuove elezioni, è lo Stato con una sua Agenzia a costruirlo al posto del comune inadempiente.

Stessa cosa per le Regioni nella sanità: non tanto e non solo il commissariamento se sforano con i conti, ma lo scioglimento se non riducono o azzerano i viaggi in strutture del Centro-Nord, se non dimezzano le liste di attesa e quant'altro. Ma sempre con lo Stato centrale che si sostituisce a quello locale in caso di inadempienza. Si potrebbe cominciare da parte della presidenza del consiglio a convocare le otto regioni meridionali e i vari ministeri che gestiscono competenze dove il divario civile è più alto e mettersi al lavoro immediatamente.