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L’ANALISI. Sono le Regioni la malattia del Sud?

L’ANALISI. Sono le Regioni la malattia del Sud?

valenzi    di ALDO VARANO -

 UNO. La Questione*, da pochi giorni in libreria (Donzelli), è l’ultimo (imperdibile) libro di Salvatore Lupo. Lupo è uno dei più autorevoli storici italiani. Ha scritto molto di mafia sfuggendo a ogni suggestione antropologica a sfondo razziale; ormai diventato il cuore delle interpretazioni di certa pubblicistica soprattutto di origine giornalistica e/o giudiziaria.

Questa volta Lupo propone un’operazione di (re)interpretazione della questione meridionale in polemica con le letture dualistiche (Nord-Sud) della storia d’Italia. Una continuazione del lavoro che ha impegnato soprattutto gli storici raccolti attorno a Meridiana (tra loro, anche i calabresi Piero Bevilacqua e Augusto Placanica).

L’idea fondamentale della Questione è che la storia e la condizione del Mezzogiorno non vanno lette con la categoria del “divario” Nord-Sud, ma attraverso la propria specifica evoluzione. Per capire i problemi del Sud bisogna confrontarlo a com’era prima rispetto ad ora e non col Centronord italiano. In questo quadro, una parte grande del meridionalismo classico viene preso di mira da Lupo già nel suo intrigante sottotitolo di copertina: “Come liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi”.

Del resto già Bevilacqua, nella sua Breve storia dell’Italia meridionale dall’Ottocento ad oggi (Donzelli, 1993) era partito dallo stesso schema denunciando che la storia del Sud era stata ridotta dal dualismo “a una sorta di non storia” perché anziché indagare le modificazioni intervenute al suo interno era stata ridotta a uno “squilibrio costante e inalterato nel tempo … nonostante i processi di mutamento più radicali e profondi che mai abbiano investito una società”. Ora Lupo rincara la dose contro una visione a suo avviso incapace di spiegare e risolvere le contraddizioni e, col rifiuto dell’impostazione dualistica (ideologica?), rivisita momenti e protagonisti del meridionalismo capovolgendone quelli che giudica luoghi comuni.

DUE. Qui terminano le nostre rapidissime considerazioni sul libro di Lupo (che consigliamo a tutti di leggere) che viene qui utilizzato invece come occasione per approfondire un giudizio che circola da tempo nel dibattito politico e culturale pur senza mai diventare problema degno di una esplicita discussione (se non tra superesperti).

TRE. Il tema: perché la condizione del Sud è drasticamente peggiorata, e comunque le Regioni non sono riuscite almeno a tener fermo il trend di progressivo miglioramento precedente alla loro nascita? Ancora: la condizione attuale del Sud, che registra una regressione rispetto alla fase precedente al regionalismo, si è determinata per responsabilità delle Regioni meridionali negli ultimi decenni titolari della politica nel Sud?

Lupo ragiona partendo dai dati: il livello di vita complessivo del Mezzogiorno, dall’unità d’Italia al 2009, è cresciuto di dieci volte mentre quello italiano (con dentro il Sud) “soltanto” di tredici. Se il ragionamento si restringe all’Italia repubblicana, il Sud è cresciuto 6,4 volte mentre l’Italia intera è cresciuta solo di 5,6 volte. Insomma il Sud è andato avanti in modo gigantesco ma non è riuscito a raggiungere le punte alte né le medie della società italiana.

Ma sono numeri straordinari perché confermano (diversamente dai patiti del dualismo) che il Sud non è fermo e non lo è mai stato; anzi, ha subito modificazioni epocali. Ne segue che se è già cambiato e cresciuto può continuare a farlo. E’ quindi un grossolano falso “il Non c’è niente da fare perché lì è impossibile cambiare le cose” (che è lo sfondo generale e più radicato dello stereotipo più tragico che soffoca il Mezzogiorno).

QUATTRO. Passiamo al Pil pro-capite. Al momento dell’Unità d’Italia la differenza tra Nord e Sud non era gigantesca. Argomento che i neo-borbonici usano a sproposito nascondendo che gigantesca era invece la differenza di capitale civile, condizioni di vita, culturali, livello del progresso, infrastrutturazione del Mezzogiorno. Il divario lievita nella parte finale dell’Ottocento e nel nuovo secolo. Il punto più alto, pur con oscillazioni interne, si ha nel 1951 con una differenza del 51% tra Sud e Nord. La forbice si restringe tra il 1951 e il 1971, gli anni del miracolo economico e gli investimenti straordinari della Casmez. Il minimo storico (1971) segna un divario “soltanto” del 36%. Ma a partire dal 1971 si torna a crescere e nel 2009 siamo al 41%.

Le Regioni vengono istituite nel 1970. La loro vita, quindi, coincide con un nuovo regresso del Mezzogiorno (pur con oscillazioni nei 39 anni di cui parliamo) rispetto all’allineamento col resto del paese. Da allora, responsabili e protagonisti dello sviluppo al Sud diventarono le Regioni e si aprì una nuova dialettica del potere. Quasi mezzo secolo dopo il Sud si (ri)trova in brache di tela (è quasi certo che il 41% del 2009 si sia intanto impennato).

CINQUE. Il bilancio è un disastro. Certo, ha pesato (soprattutto negli ultimi 20 anni) l’inseguimento della cd questione Settentrionale e dei voti della Lega. In più nello scontro per l’accaparramento e la suddivisione delle risorse radicalmente modificatosi con le Regioni, soprattutto negli ultimi decenni, hanno anche pesato - e molto più di quanto si crede - gli “stereotipi” sul Sud immutabile, terra qualitativamente più corrotta rispetto al resto del paese, territorio controllato militarmente dalle mafie; insomma, il Sud malattia e contagio dell’Italia.

*Salvatore Lupo, La Questione, Donzelli editore, settembre 2015, 19 euro.