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Pannaconi e i mila miliardi. Ma nessuno crede che il Sud possa farcela

Pannaconi e i mila miliardi. Ma nessuno crede che il Sud possa farcela

portale pannaconi   di GIOACCHINO CRIACO

- O, 106 Jonica e i mila miliardi di Del Rio… Pannaconi non dirà nulla ai calabresi, figuriamoci fuori. Il portale del 600, crollato nella frazione di Cessaniti, nel vibonese, mancherà solo agli abitanti del luogo, per i quali era un simbolo importante. Un crollo piccolo, senza, ovviamente, il rombo nobile di Pompei. Un crollo silenzioso, concomitante con l’annuncio roboante del ministero dei beni culturali dell’arrivo in Calabria di tre milioni e settecentomila euro… non basterebbero a salvare nemmeno uno dei numerosi siti calabresi in pericolo. Ma, tanto per essere chiari, nemmeno se i milioni fossero tremila e settecento, servirebbero a qualcosa. Guardando al passato, i tanti miliardi arrivati sono serviti solo a ingrassare poche pance autorevoli e sfamare molte bocche supplicanti.

Nulla, o pochissimo, di quanto speso dall’Unità in avanti ha cambiato strutturalmente il Meridione, se non per una rivoluzione alimentare, quella si epocale. Ci fossero stati, o meno, i soldi per salvare il portale di Pannaconi, noi, forse, saremmo riusciti a mandarlo ugualmente al tappeto. E ci saranno per intero i sei miliardi promessi da Del Rio, o ridotti a un miliardo e sette, secondo l’ANCE; noi riusciremo lo stesso a rispettare la vocazione d’incompiuta, sia dell’A3 che della 106. Quindi, ci diano, o meno, la nostra sorte non muta. Non è un lamento, solito, che faccio. Per molti anni i trasferimenti, ingenti, di denari al sud, rappresentavano una sorta di contentino alla coscienza, come l’elemosina che si fa all’affamato -io, il mio te l’ho dato, ora tocca a te spenderlo bene.

La disattenzione, anche in termini economici, sempre maggiore, di tutti gli ultimi governi, per di più retti da persone estremamente esperte in comunicazione, significa una sola cosa: al Sud non ci crede più nessuno. Partita persa. Questo, oramai, quasi non lo si nasconde più se non dietro il fumo di una svogliata retorica. A dirla tutta, al Sud non si è mai creduto, la sfiducia non è un fatto recente, di solo qualche decennio. E’ vero che ci sono stati tanti illusi, che in tanti si sono dannati l’anima. Ma le politiche governative sono sempre state improntate alla miscredenza. Perché mai, il potere centrale, ha avuto il coraggio di sfidare la palude sociale, economica e culturale che il Sud era.

Nessuno s’è mai sognato di mettere piede nelle sabbie mobili meridionali, per bonificarle. E non è stato un complotto, l’Italia era il contenitore di tanti localismi, ed era normale che ognuno di essi tifasse per il proprio luogo. A sud, nessuno ha tifato per il luogo, chi comandava ha tifato per la propria casa, i propri amici, il potere personale. Al Nord i poteri locali si sono calati nella nuova entità statuale e pur mantenendo il privilegio hanno anche operato per il territorio. Al Sud si è operato solo per il privilegio, tranne qualche raro esempio di follia altruistica. Al Nord il potere si è adattato alla modernità; al Sud si è ancorato al medioevo.

C’è, quindi, una presa d’atto dell’irredimibilità del Sud, per lo meno in tempi brevi. Per questo lo si molla. Lo si usa per quel che serve, manodopera, consenso. Lo si usa soprattutto a consolazione altrui, facendone un esempio del male in ogni campo. Si spera solo che il tempo lo spopoli e una Calabria senza calabresi sia di nuovo appetibile. E non è che in assoluto non ci siano speranze di soluzione. E’ che non c’è, e non c’è mai stata, una classe dirigente meridionale capace o vogliosa di fabbricare soluzioni. Anche quella parte della dirigenza e della politica che è in buona fede, anche quelli che non hanno lo spirito corsaro… Nessuno ci crede. Non ci crede soprattutto la gente, che non produce le ribellioni, le sfide, le intelligenze che potrebbero farsi speranze. E allora giochicchiamo con le idee e le risorse che arrivano da fuori, e come quel famoso generale attendiamo una cavalleria che è senza cavalli.