La frase di Massimo Cacciari, sindaco-filosofo di Venezia della prima stagione di sindaci a elezione diretta, è di quelle che ti lasciano interdetti: “Solo un pazzo oggi si potrebbe candidare alla guida di una citta”. Ti viene subito da pensare: “Caspita è vero, ha ragione lui”. Poi, però, pensi che non può essere; che la partita non può finire così. Da Roma a Parma, da Lodi a Livorno ormai le teste di sindaci rotolano nella polvere come al Termidoro. Tra risorse agli sgoccioli e codice penale non sembra esserci molto spazio. O mandi la città in malora (vedi la Reggio dei commissari o la Roma del prefetto Tronca) o ti attrezzi per scovare i colpi dei processi e delle indagini.
La terza via ha miseramente fallito. Era quella di Ignazio Marino che al tintinnio delle manette di Mafia Capitale si era messo ad incensare le toghe al motto “Io speriamo che me la cavo” e a concluso la sua carriera politica con un paio di inchieste per peculato e truffa piovutegli addosso proprio mentre cercava una riscossa. Era la terza via di Scopelliti, Arena & co. che hanno sostenuto con grandi risorse la stagione dell’Antimafia osannante dei convegni e della manifestazioni per finire l’uno condannato (in primo grado; a proposito a quando l’agognato appello?) e l’altro dichiarato incandidabile perché sindaco di un comune sciolto per mafia.
In questo guazzabuglio il sindaco Falcomatà deve tenere la barra dritta e, soprattutto, deve approntare una strategia chiara. L’ultimo terremoto giudiziario ha sfiorato anche il suo Palazzo e, se è vera la storia che circola di ulteriori iniziative delle toghe reggine, dovrà guardarsi bene intorno e vagliare la squadra comunale che lo circonda con grande attenzione. Non saranno certo le parole di plauso alle toghe a porlo al riparo da piccoli fastidi.
Il sindaco dovrebbe dire subito alla città in quali reali condizioni ha trovato la macchina comunale, quali rischi intravede nella sua azione amministrativa e come intende neutralizzarli. Gli ultimi due sindaci hanno fatto una brutta fine ed entrambi per questioni riguardanti il comune (per Scopelliti la maledizione della Fallara), sono in pochi a credere che la sola elezione, in quanto tale, di Falcomatà abbia messo le cose apposto.
Il sindaco ha innanzi a sé una sfida importante: o galleggia evitando di sciogliere il grumo di interessi che attanaglia la città ovvero molla le cime e si lancia in mare aperto accettando di navigare in un mare periglioso e pieno di insidie che potrebbero lievitare e di parecchio. Ma in questo caso ha dalla sua un grande vantaggio sui suoi detrattori e avversari: suo padre Italo, uscito a testa alta fa un nugolo di inchieste e accuse rimanendo il sindaco reggino più amato di sempre. Una bella eredità e un patrimonio di coraggio che non indietreggiò di fronte a nessuno, ma proprio nessuno quale che fosse la parte della città che occupava.