UNO. La scelta del sorteggio per nominare i cittadini negli organi regionali di garanzia, vigilanza e controllo decisa dal Presidente del Consiglio regionale Nicola Irto è un gesto di rottura destinato a segnare la storia del regionalismo calabrese. E’ il primo vero gesto di reale cambiamento dopo decenni (diversi decenni) in cui hanno trionfato presidenze prone e partecipi delle più devastanti pulsioni corporative di un ceto politico di seconde e terze file che ha assestato danni terribili alla Calabria in cambio di piccoli, talvolta miserabili, vantaggi. Bisogna fare attenzione, quindi, a non confondere con altre sceneggiate e spot la rottura di Irto. Né è al momento importante stabilire quanto Irto sia consapevole, costretto dagli eventi, o quanto abbia deciso senza costrizione alcuna. E’ importante il risultato. Il suo è un gesto che al di là di qualsiasi volontà e spinta sbriciola, rendendolo non più utilizzabile, un meccanismo su cui s’è fondata parte non trascurabile del potere calabrese. Nomine che hanno saldato debiti o in attesa di ritorni economici e di potere mai trasparenti.
DUE. Non riuscendo a farle il Consiglio le nomine venivano demandate al Presidente che “sapeva” di dover decidere col l’accordo di potenti, capigruppo, consiglieri. E con l’intervento diretto di personaggi che non c’entravano nulla col Consiglio nascevano veti e ricatti, gruppi di pressione casuali ed estranei a qualsiasi logica culturale, politica o tecnico-professionale, in una continua gemmazione di veti e controveti, vicende personali e perfino intrecci (e tradimenti) amorosi. Rileggetevi i lunghi elenchi di beneficiati e raramente (l’errore si annida perfino nei più oliati meccanismi distruttivi) troverete persone dal profilo autorevole, donne o uomini di prestigio e qualità. Dalle nomine è emersa la faccia peggiore e più marcia della Calabria di seconda e terza serie.
Peggio. Il tramestio attorno alla spartizione ha creato il tavolo su cui pareggiare conti, lanciare segnali, consumare vendette e, soprattutto, per compensare, questa volta sì alla luce del sole, un voto di scambio sempre peggiore e devastante.
TRE. Irto confessa candidamente – scelta di cui gli siamo grati - che la decisione del sorteggio arriva dopo che “sono trascorsi ormai molti mesi senza che il Consiglio regionale, nel suo complesso, sia riuscito a definire le nomine di propria competenza”. Una sconfitta, dunque del Consiglio “nel suo complesso”. Ma soprattutto la presa d’atto di un degrado non più controllabile. Le svolte politiche e istituzionali, del resto, sono sempre arrivate, quando sono arrivate, sull’orlo del burrone. Irto ne sembra consapevole e propone di “trasformare le criticità emerse su questo punto in una nuova opportunità”. La prosa è attenta a ridurre l’impatto che è solido. Cerca di non creare scompiglio nel “partito degli interessi offesi” dove si annidano politici, boss della politica, capiclientela, alti vertici della burocrazia, di tutti gli orientamenti. Le “criticità” accennate sono un disastro che affonda sempre più il residuo prestigio e la scarsa autorevolezza del c.d. maggior presidio della democrazia calabrese. Per questo Irto sembra dire: facciamolo per risalire dallo sputtanamento.
La rottura acquista poi grande spessore perché Irto se ne carica per intero la responsabilità sulle proprie spalle. Si capisce che è una decisione solitaria (e forse contro) gestita in modo da renderla irreversibile se non al prezzo di una crisi gravissima dell’intero Consiglio: “Sono convinto che questa Assemblea:::” dice Irto usando la prima persona singolare. “Su mia richiesta gli uffici del Consiglio…” (non quindi su richiesta dell’Ufficio di Presidenza e dei capigruppo), hanno preparato le carte per il sorteggio. Straordinario il passo in cui i potenti vengono avvertiti: “Il rappresentante di palazzo Campanella (cioè Irto, ndr) ha inoltre comunicato ai capigruppo (ma si capisce: “notificato”, ndr) di voler “garantire la massima trasparenza e pubblicità alla procedura delle nomine”. Traduzione libera e irrispettosa: faccio sul serio, non c’è alcun trucco, nessuno ne chieda o me ne proponga, fatevene una ragione.
QUATTRO. Il sorteggio quindi sbriciola e rende inservibile uno dei contenitori fondamentali del peggiore clientelismo calabrese. Ma la rottura di Irto, nei fatti, non si limita, a spezzare ciò che c’è: innesca (rischia di innescare), un processo non controllabile dalla parte meno trasparente e predatoria del potere. Sarà possibile mantenere i vecchi meccanismi nelle nomine estranee a ciò che è strettamente fiduciario? In quelle del Consiglio ma anche in quelle della Regione? E soprattutto: sarà possibile tornare indietro da questa decisione? Non tutti possono andare dappertutto. Giusto. Ma una volta stabilite con rigore le caratteristiche della funzione da adottare e quelle di tutti gli aspiranti selezionati, perché la scelta di uno anziché l’altro? Conosco tutte le obiezioni a questo ragionamento. Ma anche le obiezioni a queste obiezioni: e la catena è senza fine come ogni volta che l’argomento è vuoto. E potranno quanti occupano oggi quelle cariche in Calabria, se ce ne sono, scelti per misteriosi motivi continuare a sentirsi legittimati? E infine, come faranno le Giunte regionali a non tener conto del nuovo che arriva e chiede un cambio radicale nella gestione del potere?
CINQUE. Ecco, è proprio una rottura. Per certi aspetti drammatici, in ogni caso salutare. Certo la giudicheremo dopo, col senno di poi. Ma sarà difficile far finta che non sta e non sia accaduto niente.