REFERENDUM Sì/ No. Regione Veneto, 14 Mln per far vincere il NO

REFERENDUM Sì/ No. Regione Veneto, 14 Mln per far vincere il NO
veneto   UNO. Non si conosce la data esatta del referendum costituzionale.  Invece, è certo che “Il Veneto sarà la prima regione d’Italia che andrà a votare un referendum per l’autonomia”. Il Governatore Zaia (Lega Nord) con legge della Regione veneta aveva proposto 5 quesiti da sottoporre ai veneti (uno sull’indipendenza dall’Italia). La Corte costituzionale ha consentito solo quello sull’autonomia. Il quesito sulla scheda è "Vuoi che lla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?". Ovviamen te un quesito del genere non serve a nulla quale che sia il risultato. Ma anche gli “indipendisti veneti come Alessio Morosin” andranno a votare Sì perché: “non appena sarà in vigore la nuova costituzione renziana, con la clausola di supremazia, per le Regioni suonerà un’altra musica”. Cioè, vi sarà una forte riduzione dei poteri regionali.

Intanto, è guerriglia. Il referendum veneto costa 14 mnl. Zaia chiede l’election day. Gli hanno già detto picche: “Non avrebbe molto senso andare a votare su due referendum uno opposto all’altro”. Contromossa: si voterà prima in Veneto. Obiettivo: una valanga di Sì per trainare sul referendum italiano una valanga di No e far la differenza.

Degli altri aspetti della riforma a Zaia non importa nulla. Lì non sono, come in Calabria, professoroni capaci di palleggiare tra un comma e l’altro noiosi paginoni di quotidiani senza mai tirare in porta, cioè interrogarsi sugli interessi della Calabria e del Sud. Vanno al sodo, invece, in Veneto. Sanno che la riforma costituzionale sarebbe “la pietra tombale su ogni autonomia, con lo Stato che accentra e toglie competenze e che in ogni momento, su tutto, può invocare il superiore interesse nazionale tappando la bocca alle istanze dei territori”. Insomma, una correzione sostanziale del regionalismo che, attraverso la riforma degli anni 2000 ha provocato il disastro.

DUE. In Veneto, quindi, le classi dirigenti affrontano la sfida ragionando su dove sono e dove vogliono andare. Se il problema viene proposto negli stessi termini in Calabria e nel Mezzogiorno, e ci si chiede esplicitamente se al Sud convenga la vittoria del Sì o del No, c’è invece il rischio di essere scambiati come portatori di istanze minor.

Eppure è del tutto evidente, come lucidamente capiscono i gruppi dominanti veneti, che la riforma inciderà prima di tutto sui territori. Inevitabile perché vi sarà una correzione (o la riconferma) del cattivo regionalismo costruito in Italia che non ha puntato a creare l’autonomia come articolazione democratica di un grande progetto democratico nazionale capace di affrontare i problemi di fondo del paese, a cominciare dalla questione del dualismo economico che morde il paese e ne contiene le potenzialità. I tedeschi in un quarto di secolo hanno azzerato l’arretratezza ereditata dalla Germania comunista. In Italia non si è riusciti in oltre un secolo e mezzo. E l'ultima riforma regionalista ha funzionato in realtà come una sottintesa presa d’atto dell’impossibilità di risolvere la questione meridionale. I territori sono rimasti diversi. Quindi con diverso potere e con diverso peso politico partecipano allo scontro nazionale per l’accaparramento delle risorse: chi aveva di più ha continuato ad avere (molto) di più in termini di quattrini e possibilità; chi di meno, ha continuato a indietreggiare.

Può non piacere ma è andata così. Il Csx, che allora comprendeva l’intera area oggi alla sua sinistra politica, culturale e sindacale, ha ceduto a quest’impianto culturale e politico (sul quale il Cdx era da tempo attestato). Ha inseguito i voti della Lega e le suggestioni della cosiddetta “Questione Settentrionale” promuovendo una riforma costituzionale (2001) che ha esaltato, al di là di ogni ragionevolezza, i poteri delle Regioni configurandole come vero e proprio potere statale autonomo. Una deriva che ha reso impossibile una visione organica dell’interesse nazionale. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: Svimez e Istat li raccontano ogni 5 minuti: uno sfacelo antico di anni non il dirupo delle ultime ore. La riforma ora tenta (ripeto: tenta) di ricostruire un argine che se passerà potrebbe (potrebbe) ricostruire le condizioni per un rilancio del Mezzogiorno. Può non piacere, ma le cose stanno così.

TRE. E’ surreale il dibattito che si sta svolgendo in Calabria. Non si capisce, ad ascoltare gli sponsor del Sì e del No, per quali ragioni i calabresi dovrebbero votare in un modo o nell’altro. Va riproposta la domanda: è legittimo o no chiedersi cosa è meglio per la Calabria? La risposta: “Ma che c’entra la Calabria, qui si discute dell’Italia”, quando non è ingenua è intellettualmente sleale. In molte altre Regioni il dibattito è molto avanti e c’è chi, preoccupato per la possibile razionalizzazione dei poteri che limiterebbe il dominio degli egoismi territoriali, ha già pronto un piano B per salvare il salvabile dei propri privilegi se vincesse il Sì.

Ancora una volta, guida il gioco il Veneto il cui Presidente del Consiglio, Roberto Clambetti, il 10 luglio ha rilanciato in grande il “Regionalismo differenziato” o “Autonomia differenziata”. Scrive Clambetti in un editoriale a sua firma: “L’autonomia differenziata, assicurata alla tre Regioni, Lombardia, Veneto, ed Emilia, che hanno dimostrato di essere competitive anche nella gestione del bene pubblico, può costituire una svolta positiva, una vera scossa, uno shock positivo che le varie riforme varate da Monti in poi non hanno dato al Paese”.

Il Veneto spende 14 mln per far vincere il No e assicurarsi la continuazione dell’attuale situazione che consente ai più forti l’accaparramento di più risorse e rinuncia al rilancio del paese attraverso il rilancio del Sud. Qualcuno in Calabria pensa ancora che si tratti di discutere quanto è simpatico o antipatico Renzi e non del destino di interi territori e popoli?

P.S. Tutti i virgolettati sono ricavati da due servizi del Gazzettino, il più prestigioso quotidiano veneto, del 17 giugno (pag. 11) e 10 luglio (17).