Il Senato vota l'arresto di Caridi. Il politico: «sono innocente e lo dimostrerò»

Il Senato vota l'arresto di Caridi. Il politico: «sono innocente e lo dimostrerò»
senatore caridi 01 «Io sono e mi dichiaro innocente e sono sicuro che questo mi verrà riconosciuto in sede giudiziaria». Così ha parlato il senatore Antonio Caridi prima che l’aula decidesse il suo arresto, in quanto strumento della cupola di invisibili che ha deciso la vita di Reggio Calabria negli ultimi vent’anni, così come teorizzato dalla Dda dello Stretto. Una decisione pesante, presa con scrutinio segreto, che ha visto 154 voti favorevoli, 110 contrari e 12 astenuti, dopo ore di ostruzionismo da parte dei senatori di centrodestra, che hanno cercato di ottenere il rinvio della discussione per poter analizzare le carte, tirando in ballo Tortora e Sciascia. Ma il presidente Pietro Grasso è riuscito a tenere la discussione, durata oltre sei ore, ferma in aula, ribaltando l’originale ordine del giorno e arrivando al risultato che già ieri era apparso chiaro con la scelta della giunta per le immunità: l’arresto di Caridi.

LE DICHIARAZIONI DEL SENATORE INDAGATO - Antonio Caridi ha passato le ultime settimane a rileggere la sua vita nelle carte della Dda, che ha ripreso e analizzato ogni spezzone di conversazione, ogni incontro, al fine di comprendere i rapporti tra il senatore e la cupola di invisibili che governa Reggio parallelamente e in affari con la ‘ndrangheta. Lo ha raccontato prima che l’aula votasse l’autorizzazione all’arresto, prendendo la parola «non solo per difendere la mia dignità ma anche il mio ruolo da parlamentare di fronte un’accusa sconvolgente e ingiusta». Si è dichiarato innocente, affermando di non aver mai avuto rapporti «o stipulato patti con la ‘ndrangheta». Né di aver mai partecipato ad associazioni segrete. «Non c’è un fatto – ha dichiarato - che dimostri questa infamante accusa. In questi anni di indagine ciò che proverebbe questo mio ruolo sarebbe l’assunzione di sei persone e l’aver assicurato le cure di un medico, che non sono io, ad un latitante. Non c’è una circostanza specifica. Mi si accusa di aver avuto da sempre l’appoggio delle cosche eppure si dimenticano le tornate elettorali in cui non sono stato eletto o ho raccolto un numero di voti inferiore ad altri. Com’è possibile influire sulle elezioni e poi perderle, essendo considerato vertice politico della ‘ndrangheta?». Caridi era visibilmente emozionato, scosso, agitato. Con due fogli in mano ha provato a convincere l’aula della sua innocenza e della sua buona fede. «Mi si accusa di aver fatto parte stabilmente della cosca De Stefano-Tegano per tramite di Chirico, con il quale i rapporti si sono interrotti da 12 anni per avermi chiesto favori personali che non gli ho fatto, come emerge dalle carte – ha dichiarato -. Mi si accusa di aver concordato appoggio elettorale con la cosca Pelle di San Luca ma lì ho preso meno voti di altri candidati. E in casa Pelle non è mai stata registrata la mia voce». Caridi ha evidenziato di come pur risultando indagato per anni e anni non gli sia mai stato contestato nulla, fino al 2016. «Mi si accusa di essere organico a famiglie mafiose per aver tenuto rapporti con persone che in qualche caso non frequento da anni o mi dimostravano avversione. Giudicate voi quanto sia logico contestarmi l’appartenenza alla cupola di ‘ndrangheta», ha affermato. Evidenziando la contraddizione tra l’essere al vertice di una struttura in grado di decidere il destino della città ed essere «costretto a mendicare voti». Un teorema, afferma Caridi, «che appare una sequela di accuse senza fatti o per sentito dire. È testualmente quello che riferisce il pentito Moio. “Si sapeva” e questo basta a distruggere la mia vita e la mia famiglia? – ha chiesto - Nessuno di questi pentiti mi conosce personalmente, tranne Aiello, direttore di una società mista, non un delinquente. E non mi accusa di mafia, parla di assunzioni e favori in società gestite dagli enti locali, atteggiamento che attribuisce a più politici. E quelli che indica assunti su mia indicazione non hanno rapporti con la ‘ndrangheta. E parla di un incontro con Caponera in un periodo in cui lo stesso era detenuto. Quindi Aiello è smentito clamorosamente nell’unica circostanza specifica sul mio conto – ha aggiunto -. Non solo non l’ho incontrato, non arei potuto incontrarlo perché detenuto». Il senatore si è definito «trattato alla stregua di selvaggina», chiedendo ai colleghi di giudicare l’operato della Dda, che avrebbe posto ai pentiti «domande spesso suggestive». «Sono stato inquisato per tre lustri senza mai essere portato in giudizio, senza mai essere informato sulle accuse – ha urlato -. Io, accusato di essere vertice delle cosche ma mai arrestato per anni. Nella mia terra è sempre in agguato l’allusione, specie quando si fa politica tra la gente. Ma io sono e mi dichiaro innocente e sono sicuro che questo mi verrà riconosciuto in sede giudiziaria».

IL COLLEGA CALABRESE E I MOTIVI DEL SÌ – Francesco Molinari interviene a motivare il voto dopo ore di invettive da parte dei parlamentari del centrodestra. «Contestazioni puntuali e gravissime, che raccontano una condivisione di progetti con persone che hanno condanne definitive, come Paolo Romeo, già condannato in via definitiva per associazione mafiosa», dice il senatore calabrese. Che, contrariamente ai colleghi, che in lungo e largo si sono lamentati della difficoltà ad approfondire i fatti, spiega di essere riuscito a leggere le 107 pagine di richiesta d’arresto. «Fatti inquietanti», afferma, riferendosi a fatti che vanno oltre quelli contestati dai fautori del “no” all’arresto. «Non è solo un problema di libertà personale di un cittadino – ha aggiunto -. La gravità dei fatti oggetto di contestazione va a minare le istituzioni che dovrebbero agire per il popolo e non per organizzazioni criminali. Tocca a noi ridare onorabilità al Senato». Il vero problema, ha poi contestato Corradino Mineo di Si, non è la colpevolezza di Caridi, bensì «l’uguaglianza davanti alla legge». Sì all’arresto dunque, così come per Michele Giarrusso, del M5S, che considera gravissima l’accusa mossa a Caridi. «Le persone fatte assumere da lui sono organiche alle cosche, altro che poveri disoccupati - ha evidenziato – e la magistratura non ha fatto altro che intervenire per difendere questa istituzione». Ma è Luigi Zanda, del Pd, ha chiedere di metterci la faccia, con voto palese, per evitare «di mettere in atto manovre politiche nel segreto dell’urna, pratiche bagliate qualsiasi sia l’obiettivo». Ma la richiesta di votare in segreto è stata sostenuta dalla maggioranza.

I DUBBI DEGLI ALTRI E LA RICHIESTA DI SOSPENSIONE - Approfondire meglio le carte, tornare in giunta. I senatori avevano chiesto tempo, per tentare di evitare o far slittare l’arresto di Caridi, i cui colleghi hanno lamentato l’impossibilità di analizzare quasi 5mila pagine di richiesta, impossibilità che inficiava, a loro dire, il diritto alla difesa del senatore reggino. I senatori hanno dunque chiesto di attendere la decisione del Riesame, il cui responso è previsto tra una settimana, avendo così il tempo di leggere, se non i documenti prodotti dall’antimafia, almeno la relazione di Dario Stefano, presidente della giunta per le immunità. Dodici pagine che i senatori, impegnati a bacchettare i magistrati, non hanno avuto modo e tempo di leggere. Ed eco cosa emerge con certezza dalla discussione: le carte vanno lette. E dal tono e dagli argomenti della discussione emerge con chiarezza che pochi, in aula, sapessero davvero di cosa si stava parlando. E non solo per mancanca di tempo. Il Pd, dal canto suo, tramite il senatore Francesco Russo, ha votato contro le questioni pregiudiziali e di sospensione, voto che ha prevalso su quello dei senatori di centro destra. «Vorremmo vedere le carte almeno per qualche ora per capire di cosa stiamo parlando, il mio gruppo deve vedere le carte per esprimere il voto! I padri costituenti si stanno rivoltando nella tomba», ha sbottato Lucio Barani, presidente di Ala. Ma il presidente Pietro Grasso non ha voluto sentire ragioni: su Caridi bisognava decidere subito. Una scelta, quella del presidente, che ha scatenato la rivolta dei senatori politicamente vicini a Caridi, infuriati per l’impossibilità di leggere. Ad illustrare i motivi della decisione della giunta per le immunità, che ha votato sì all’arresto del senatore, ci ha pensato il presidente della stessa, Dario Stefano, che ha ripercorso la relazione presentata ieri (e ampiamente approfondita qui: http://www.zoomsud.it/index.php/cronaca/92548-il-documento-ecco-perche-la-giunta-del-senato-dice-si-all-arresto-di-caridi), escludendo il “fumus persecutionis” nei confronti del senatore reggino e ribadendo la gravità del quadro indiziario a carico di Caridi disegnato dal gip. Ma a ribadire la necessità di un rinvio ci ha pensato Lucio Malan, di Forza Italia, che ha ricordato l’imminente decisione del Riesame. «Questa è stata in assoluto la trattazione più breve per un problema di questo genere – ha affermato in aula -. Questo crea un certo problema ai singoli senatori per prepararsi a questo voto, che è un voto di scienza e coscienza. La coscienza dovremmo portarcela sempre appresso, la scienza non l’abbiamo infusa quindi dovremmo poter studiare le carte. Il Riesame ci mette circa 15 giorni a deliberare, noi abbiamo iniziato a trattare il caso martedì con un piccolo assaggio la settimana precedente e per cui staremmo a finire tutta la procedura in meno di una settimana. Non ce ne esimiamo di certo. Ma tutti noi che dobbiamo prendere una decisione e di certo equivale a tutti gli effetti a quella di un tribunale del Riesame». Malan ha ricordato il famoso incontro tra Caridi e Caponera, avvenuto, dice uno dei pentiti, in un periodo in cui lo stesso si trovava in carcere, ovvero nel 2006 o nel 2007. «È questo uno dei pochissimi elementi concreti ed è palesemente falso», ha quindi sottolineato Malan. Altro elemento tirato in ballo l’intercettazione del 20 aprile 2002. «Per 14 anni, come minimo, secondo le carte che ci manda il tribunale, ci sarebbe una prova fortissima dell’adesione all’organizzazione criminale da parte di Caridi – ha aggiunto -. E per questi 14 anni nessuno è intervenuto, non è stato trovato alcuno dei reati ai quali si fa menzione a proposito di Caridi. Possiamo anche aspettare sette giorni, la magistratura ha aspettato 14 anni per arrestare una persona che considera pericolosa. Non c’è un accidenti di prova!».