IL DIBATTITO. Della Loggia e il Sud tra ‘ndrangheta e politica

IL DIBATTITO. Della Loggia e il Sud tra ‘ndrangheta e politica
giustizia (rep) Caro direttore, ho letto con interesse le osservazioni di zoomsud all'editoriale di Ernesto Galli della Loggia pubblicato su Corsera del 19 agosto.

Mi permetto una riflessione aggiuntiva a mio avviso indispensabile per completare l'analisi di partenza, ferme restando le vostre rispettive conclusioni sulle cause di tutto ciò.

L'analisi sul mezzogiorno non può prescindere da una valutazione seria e priva di fronzoli intorno al ruolo dello Stato sul fronte della prevenzione e della repressione della 'ndrangheta, settore in cui si registrano ritardi inaccettabili e grossolani errori di strategia che, se possibile, hanno ulteriormente aumentato il senso di sfiducia nei confronti dello Stato da parte dei cittadini.

Prevenzione e repressione sono erroneamente considerati aspetti delle lotta alla 'ndrangheta che intervengono in tempi diversi, distanti tra loro, invece dovrebbero essere attuati contestualmente.

Il gap nella tempistica tra prevenzione e repressione determina l'effetto di indagini giudiziarie che trovano luce a distanza di anni dai fatti contestati con la conseguenza che diventa difficile cogliere elementi di attualità e conseguentemente un consenso civico diffuso rispetto all'azione meritoria della magistratura inquirente.

Lo Stato pare avere fallito sulla linea della prevenzione dal momento che i soggetti e le condotte oggi perseguite risalgono a tempi in cui gli stessi protagonisti sono stati lasciati liberi di operare, talvolta a braccetto con le istituzioni pubbliche, con gli stessi metodi ora perseguiti e allora non solo tollerati ma, addirittura, condivisi dallo Stato in senso ampio, dal rilascio delle certificazioni antimafia alla riconosciuta capacità di contrarre con la P.A. ai medesimi soggetti oggi sottoposti a indagini, al ruolo degli amministratori pubblici in seno agli enti successivamente sciolti per infiltrazioni mafiose.

Valga ancora l'esempio delle società municipalizzate o le inchieste sugli imprenditori della grande distribuzione alimentare che giungono a distanza di decenni dall'epoca dei presunti reati rivelando intrecci affaristici talmente evidenti al punto di domandarsi cosa lo Stato abbia fatto sul fronte della prevenzione negli ultimi venti anni.

Ma valga anche l'esempio, ancora più attuale, delle indagini sulla corruzione e sulla contaminazione politica da parte della ndrangheta con cui si vorrebbero perseguire fatti e comportamenti assertivamente avvenuti già a partire dagli anni '90, con la conseguenza inevitabile di una drammatica perdita di consenso intorno all'opera di repressione messa in atto dalla magistratura da parte del cittadino che vede amministrata la "sua" Giustizia con lustri di ritardo.

A peggiorare il quadro già avvilente contribuisce il tentativo, talvolta malcelato, di un esercizio arbitrario di giudizio civico che sembra calare sui cittadini nell'ambito di indagini in cui oltre ai reati si pretenderebbe di perseguire abitudini, frequentazioni e rapporti sociali o della vita di relazione quotidiana della Città, una visione manichea della società reggina secondo cui esisterebbe un elenco di buoni e uno di cattivi, esattamente come nella terza elementare.

Quest'ultimo aspetto, se portato avanti, rischia di compromettere l'opera meritoria della magistratura e delle forze di polizia che indagano sugli inquietanti intrecci tra 'ndrangheta e politica, tra 'ndrangheta e società Reggina, salvo accettare una volta per tutte che come fu per la lotta al terrorismo oggi servano strumenti e azioni straordinari che prevedano anche il sacrificio di alcune garanzie e libertà civiche, con la non trascurabile differenza che allora la "copertura" dello Stato avvenne attraverso specifiche disposizioni di legge oggi solo attraverso una interpretazione (pressoché unilaterale) delle norme vigenti.

*avvocato, esponente pd.