UNO. Al di là delle differenze di merito tra chi propone il Sì e il No per il prossimo referendum, c’è una radicale diversità del terreno scelto dai due schieramenti. Il Sì ipotizza un processo tranquillizzante (ma improbabile) in caso di sua vittoria. Il No, invece, è restio a parlare del proprio futuro e si concentra nel racconto dei danni che se vince verrebbero risparmiati al paese. Entrambi sembrano preoccupati di spaventare i rispettivi elettorati. Infatti, primo paradosso di questa vicenda, è che molti elettori hanno idee poco chiare su quel che accadrà se vince la parte per cui tifano, talvolta con sincera e ostinata passione. Il secondo paradosso (inedito) deriva dall’inquietante circostanza che le cose del Sì e del No sono messe in modo tale che è possibile conoscere fin da ora (quasi in automatico) gli scenari del dopo vittoria del Si e del No. I leader dei due schieramenti potrebbero dire ciò che faranno una volta noto il risultato. Ma nessuno sembra voler correre il rischio di farlo forse per paura di perdere elettori le cui aspettative sono talvolta perfino contrarie da quelle dello schieramento per cui voteranno (primo paradosso).
Eppure, terzo paradosso, i dati del problema non sono complicati. Serve tener presente: 1) Costituzioni vecchia e nuova; 2) Italicum per la Camera, chiunque vinca; 3) Consultellum, per il Senato se vince il No; 4) fiducia per il governo obbligatoria della Camera dell’Italicum e del Senato del Consultellum se vince il No; 5) il tripolarsimo italiano che, senza un ballottaggio che assegni la maggioranza a chi vince (partito o coalizione) impedisce la formazione del governo senza l’accordo di almeno due dei tre principali protagonisti (Csx, Cdx, M5s); 6) dimissioni, se vince il No, del governo Renzi, che non sono nella sua disponibilità ma obbligatorie per non indebolire il paese (solo nel quarto mondo un Governo chiede al popolo l’approvazione di quella che ritiene la sua più importante riforma, viene bocciato e resta al suo posto; Cameron e la Brexit insegnano).
DUE. Nel silenzio dei leader che contano si fanno avanti seconde e terze file politiche che svelano abbastanza involontariamente come stanno realmente le cose (non è stato Gramsci in una nota dei Quaderni, e chiedo scusa se mischio lana e seta, a sostenere che talvolta la verità si scopre per intero e all’improvviso lontanissima da dove dovrebbe cercarsi?)
TRE. Nel Cdx Brunetta non ha dubbi su cosa fare e a ItaliaOggi rivela che se vincesse il No “Accadrebbe una cosa semplice: si farebbe una legge elettorale su base proporzionale anche per la Camera o semplicemente si estenderebbe il Consultellum vigente al Senato, e poi nel 2017 o 2018 si andrebbe al voto”. Detto così è ok e poco pericoloso. Ma viene taciuta la cosa essenziale: da chi sarebbe formato questo governo e quale maggioranza lo sosterrebbe? Brunetta dovrebbe dire ai suoi elettori: noi proponiamo un governo che veda insieme il Cdx col Csx (ripulito da Renzi) e che isoli Grillo; lo facciamo durare uno o due anni, giusto il tempo per riprenderci i nostri voti in libera uscita presso il M5s e poi si vota. Come dire: fuori Verdini e Alfano e dentro io (con tutto il seguito del cdx che Brunetta non abbandonerebbe mai al mondo).
QUATTRO. Miguer Gotor, minoranza Pd, è uno dei pochi che s’è fatto avanti da sinistra senza nascondere cosa accadrà dopo la vittoria del No. Dice che potrebbe restare Renzi ma se se ne va “non sarebbe il diluvio universale”. Giusto, nessuno è insostituibile. Ma Luca Telese di Libero lo incalza e il professore ammette: “Se si dimettesse - e nessuno di noi glielo chiede - si dovrebbe lavorare a un altro governo, certo”. Gotor si chiede: “Come si potrebbe andare al voto anticipato senza una nuova legge elettorale?”. E si risponde: “Allora serve comunque un governo. Ma - aggiunge - c’è un altro problema”. Lo spiega: “Quell’anno (il 2017, anno in cui Gotor colloca le elezioni, ndr) deve essere un anno di stabilità per impedire l’assalto degli speculatori all’Italia” (quindi ritiene che accadrà quel che il No ha ripetutamente escluso). L’intervistatore, lo provoca: si potrebbe votare col Consultellum (quello preferito da Brunetta), e Gotor, come una pera matura: “Avremmo due maggioranze diverse. Cioè ingovernabilità e speculazione finanziaria”. Chapeau, finalmente uno che dice o si lascia sfuggire la verità. Il paese non può votare senza fare una legge elettorale che garantisca maggioranza omogenea alla Camera e al Senato tranne si voglia aprire, spiega Gotor, a “ingovernabilità e speculazione finanziaria”.
Ma anche il purissimo Gotor, studioso ed esperto di santi eretici e inquisitori del Seicento, nasconde l’essenziale. Il governo che lui ritiene necessario, da chi sarà sostenuto? Gotor dovrebbe, quindi, dire agli elettori del Pd e della sinistra: io farei un governo col M5s ma dato che loro non possono allearsi con nessuno per ragioni strategiche è più credibile, ed è questa l’idea centrale del No, fare una grande alleanza tra Csx (ripulito dai renziani) e Cdx. Insomma, fuori Verdini e Alfano, dentro Brunetta e la Santanché (coi loro alleati).