"Non credo a un Sud deindustrializzato": così ha detto il presidente del Consiglio Matteo Renzi nel suo discorso (ovviamente passato nel dimenticatoio di una politica nazionale e locale assolutamente miope sul tema Mezzogiorno) di due settimane fa alla Fiera del Levante a Bari, sottolineando che "il Sud non può essere solo il posto dove si viene a fare una bella vacanza".Ha ragione.
"C'e' una certa cultura politica – ha aggiunto il Premier - che vorrebbe deindustrializzare il Mezzogiorno ancora di più. Che dice che il Mezzogiorno deve diventare un gigantesco parco giochi e turistico. Noi vogliamo che i turisti vengano qua, assaporino la qualità dei nostri prodotti, stiano bene e felici, ma pensiamo che il Mezzogiorno abbia, per le qualità che esprime, la possibilità di fare investimenti e di fare industria".
Visitando poi la Prysmian Fibre Ottiche sud di Battipaglia, Renzi ha così proseguito: "soltanto in Campania la Prysmian ha mille persone a lavorare, immaginate se dovessimo dare retta a quelli che dicono dobbiamo deindustrializzare o chiudere l'Ilva o chiudere tutto, come vorrebbe qualche scienziato della decrescita felice, che e' felice soltanto per quelli che i soldi c’è li hanno già. Immaginate adesso che cosa potrebbe accadere nel Mezzogiorno dopo tutto quello che e' successo se continuassimo a non investire. Noi abbiamo bisogno di aziende e industrie che devono essere innovative".
Questo discorso così chiaro di Renzi fa a pugni con altre impostazioni – presenti nel suo stesso partito e nel suo stesso schieramento di Governo – che confinano il possibile sviluppo del Sud solo e soltanto nell’agroalimentare o nel turismo (tra l’altro, giusto per notarlo, sarebbe bello e doveroso se in Calabria qualcuno si occupasse, giusto a proposito di agroalimentare, dell’apparecchiatura d’avanguardia ferma nei laboratori della Fondazione Terina, invece di fare chiacchiere in libertà!).
Comunque, di tutto ciò abbiamo avuto sentore nei mille dibattiti estivi che si sono snodati tra feste varie dell’Unita’ o del Peperoncino o del Gusto o delle Stelle, che stanno proseguendo anche in questo piovoso settembre, senza che si entri mai nel merito però di quello di cui ci sarebbe bisogno: cioè di un’Europa più forte, capace di ascoltare (lo ha detto, per ultimo, nei giorni scorsi a Caserta il presidente Oliverio al convegno con il Commissario Europeo all’agricoltura) le esigenze delle persone, dei produttori, portatrice di un progetto in grado di colmare i gap di sviluppo di aree rimaste ai margini, capace di una concreta politica di solidarietà tra gli Stati membri per una crescita sostenibile all'insegna dell'inclusione.
Occorre che ci si metta quindi d’accordo e si decida una volta per tutte su cosa puntare, senza lasciare a casa ovviamente nulla, ma anche senza prendere in giro nessuno. La Calabria e il Sud devono certamente valorizzare al meglio le loro risorse e quindi vanno bene, anzi benissimo, turismo (fatto bene però), agroalimentare ed enogastronomia (in forte sviluppo ed e’ bene che si prosegua così), ma se non parte una politica seria sull’innovazione, sulla crescita culturale, sui distretti industriali, sulle aree di sviluppo non si va da nessuna parte. Tra l’altro le due cose possono benissimo viaggiare assieme e l’una non esclude l’altra. Qui non si parla più di industrializzazione pesante come ai tempi del vagheggiato Quinto centro siderurgico!
Prendiamo il caso della Calabria. Un esempio per tutti: il porto di Gioia Tauro doveva essere il volano della crescita e dello sviluppo per tutta la regione. Così non è stato e così non è per ragioni ormai note e arcinote. Si può fare ancora qualcosa? Si deve fare qualcosa, per recuperare tutti i ritardi che per ultimo ieri ha segnalato con grande evidenza il Corriere della Sera, citando i casi negativi di Bagnoli e appunto di Gioia Tauro, in relazione invece a quanto di positivo si fa al Nord.
Così come bando alle chiacchiere sulla crescita che sarebbe stata indotta nel Sud in tema di occupazione con quel tipo di politiche: gli ultimi dati dell’ Eurostat parlano chiaro.La Calabria è, infatti, la regione con il più basso tasso di occupazione in Europa. Ed è sempre la nostra regione ad ottenere il triste primato europeo anche per quanto riguarda la disoccupazione, e in particolare quella giovanile arrivata a toccare nello scorso anno il 65,1 per cento. Sono questi i dati nudi e crudi riportati nell'Annuario regionale di Eurostat 2015, dove si sottolinea che in Italia c'è un divario di 34,6 punti tra l'area col tasso di occupazione più alto (Bolzano, al 76,7%) e la Calabria. Su appena sei regioni europee col tasso di occupazione inferiore al 50% quattro sono italiane: Calabria, 42,1%; Campania, 43,1%; Sicilia, 43,4%; e Puglia, 47%.
Queste durissime realtà non si sconfiggono, dunque, con il parco giochi come l’ha chiamato Renzi ma con una nuova e decisa ripartenza sul terreno delle moderne politiche industriali.