Wanda Ferro in Consiglio. Bene, ma non basta. La politica non finga e tiri fuori i responsabili

Wanda Ferro in Consiglio. Bene, ma non basta. La politica non finga e tiri fuori i responsabili
wferro   L’ingresso di Wanda Ferro in Consiglio regionale è un’ottima notizia per la Calabria e i calabresi. Ed è una buona notizia per il Governatore Mario Oliverio e il Presidente Nicola Irto. La ferita inferta alla democrazia calabrese viene in qualche modo rimarginata. Auguriamo a Wanda Ferro buon lavoro.

Ma non basta. Nessuno può pensare che sia sufficiente. E’ necessario sapere chi paga per quanto è accaduto. Chi paga non solo per il fatto che la signora Ferro è stata ingiustamente tenuta fuori dal Consiglio due anni abbondanti, ma chi paga per aver violato, come ha confermato la Consulta, i diritti democratici della popolazione calabrese.

Nessuna vendetta postuma, per carità. Ma abbiamo diritto di sapere chi e perché ha imbrogliato. Chi ha colpevolmente operato per far sì, spregiando la legge, che il leader dello schieramento miglior perdente non entrasse in Consiglio lasciando un posto libero in palio per gli altri.

E’ un problema politico che riguarda presente e futuro della Calabria e tutta la politica. Non è accettabile che uno o più marpioni politici, uno o più gruppi di potere, abbiano potuto mescolare le carte e stravolgere la legge senza che nessuno sia chiamato a rendere conto. Sul piano giuridico e, naturalmente, su quello giudiziario.

Più esplicitamente: i calabresi hanno diritto a un risarcimento che arriverà solo e soltanto se si farà luce per capire cos’è accaduto e quali responsabilità e complicità si sono consumati attorno a questa vicenda.

La Calabria sa che è altamente probabile che la signora Ferro non sia entrata in Consiglio non per un disguido tecnico, la cattiva interpretazione di una legge o l’incapacità di qualche oscuro burocrate del Consiglio regionale. E’ rimasta fuori grazie a un progetto che qualcuno ha voluto e altri hanno perseguito.

Per capire cos’è successo bisognerà tornare a quella riunione, tra le ultime o l’ultima del passato Consiglio (uno dei peggiori e più degradati del regionalismo calabrese), presieduta dal presidente Talarico dell’Udc in ci si confezionò la legge elettorale. Fu una riunione del solo Cdx avendo le opposizioni abbandonato l’aula per protesta. In un’aula arrivò una misteriosa proposta di legge elettorale che l’allora capo gruppo del Pd, il consigliere Sandro Principe, disse che non gli risultava fosse mai passata dalla Commissione e che nessuno aveva, quindi, discusso. Di certo, qualcuno l’aveva pensata, poi scritta e fatta arrivare in Consiglio.  Dalle notizie di quei giorni convulsi non si capì mai chi.

Per carità è probabile che tutto si sia svolto nel rispetto formale della procedura. Fatto è che non si è mai saputo chi ha presentato la legge, chi l’ha illustrata, quanti consiglieri c’erano in aula.

Diciamola tutta. Fin dall’inizio si fece strada il sospetto che i consiglieri rimasti in aula, consapevoli che molti di loro non sarebbero mai più tornati, avessero lavorato per procurare un posto in più in Consiglio facendo saltare il seggio di diritto del leader della coalizione che avrebbe perduto le elezioni. Illegittimamente, dice la Consulta.

C’era paura tra i consiglieri regionali del Cdx. Il Consiglio si sgonfiava da 50 a 30 e col maggioritario pochissimi dei presenti sarebbero stati rieletti. E chi avrebbe perduto le elezioni, vedendosi ridurre ancor di più il parco-seggi, in quell’aula sorda e grigia, lo sapevano tutti perché c’erano consiglieri e assessori che avevano fatto parte della maggioranza del Cdx di Scopelliti ormai disastrata e disfattasi e prossima alla sconfitta.

Insomma, sono tutti contenti per l’arrivo della Ferro in Consiglio. Ma non può bastare. Bisogna sapere tutto quel che è successo, chi ha accumulato responsabilità dirette o indirette, chi risarcirà il danno, chi pagherà. Se così non fosse, sulla già fragile democrazia calabrese vi sarebbe un altro grave strappo.