REFERENDUM. Le macerie e la rivolta

REFERENDUM. Le macerie e la rivolta
rivolta Eravamo stati facili profeti sabato mattina, a 24 ore dall’apertura dei seggi, a scrivere che il referendum avrebbe lasciato macerie profonde, qualunque fosse stato l’esito del voto.

  La valanga dei No ha, però, mostrato il perché’ quelle macerie sono più grandi di quanto qualcuno pensasse ed aprono un problema politico, sociale e istituzionale enorme nel nostro Paese ed accentuano ancor piu’ la divaricazione Sud-Nord che da oggi e’ squadernata davanti agli occhi anche del piu’ distratto osservatore che non potrà far finta di non vederla.

    Il voto di domenica ci consegna infatti un paese in rivolta, un Paese che ha deciso di dire No davanti a problemi drammatici aperti da troppo tempo ed un Mezzogiorno che non ne può piu’ di chiacchiere e promesse e che sta lentamente morendo dietro ai suoi irrisolti drammi.

  Venerdì 2 dicembre – a sole 48 ore dal voto referendario - il Censis per ultimo ci aveva consegnato una fotografia impietosa e tragica, lucida e consapevole, che non e’ servita a nulla per far rinsavire alcuno, seppur sul filo di lana delle opposte tifoserie. Diceva il Censis nella sua tradizionale fotografia dell’Italia di fine anno: i figli non vivranno meglio dei loro padri, tutto al contrario; mai tanta liquidità ferma nei conti correnti segno di una pervasiva percezione di uno smottamento delle condizioni di vita e dell’incertezza del futuro; erosione continua della classe media in una società dello ‘’zero virgola’’; un sommerso di ricerca di piu’ redditi. E via con queste sontuose ed efficaci foto sulla condizione italiana.

  Ma l’elemento piu’ profondo della crisi del Paese il Censis lo segnalava nella frattura tra società e politica, ‘’con reciproci processi – testuale – di rancorosa delegittimazione’’ giunti all’apice massimo dopo i ‘’dorati anni ‘80’’. Tutto questo scritto, bollato e certificato ben prima della valanga dei No al referendum di domenica 4 dicembre.

  La società si era ‘’rinserrata nel proprio particolare interesse in una crescente distanza dalle forze politiche, nelle loro usurate dialettiche e nelle loro usurate persone’’. Da lì è partita la crisi del sistema dei partiti, della politica tradizionalmente intesa, quella frattura si è aggravata, così come quella reciproca delegittimazione che alla fine è il vero alimento del populismo.

  Le istituzioni non sono piu’ il luogo delle mediazioni e – suggeriva per ultimo l’istituto di ricerca – l’unica via d’uscita e’ rilanciare la loro qualità, la loro dignità e la loro funzione di cerniera.

  Il referendum di domenica ci consegna punto per punto l’attualizzazione di questo scenario, la sua pratica attuazione: cioè un paese in rivolta, un Sud impoverito in cui la mancanza di lavoro taglia fuori almeno tre generazioni di ragazze e ragazzi, dove le risposte concrete, tangibili e visibili tardano a palesarsi; dove il ceto medio si è via via impoverito; dove politica e istituzioni fanno a gara a dare il peggio.

  Altro che antipolitica! Qui si tratta di una risposta politica a tutto tondo, che nasce dopo tante, troppe domande altrettanto politiche che non hanno trovato udienza e che alla fine sono esplose drammaticamente ma lucidamente nel voto di domenica. Macerie e rivolta sono dunque la faccia di un’identica medaglia che qualcuno dovrebbe decidersi una volta per tutte a guardare da tutti i punti di vista. Troppo facile gridare ai giochetti di salotto e tutti interni a quel che resta dei partiti! Oggi quei No chiedono solo una cosa: risposte concrete altrimenti quel vento spazzerà definitivamente quel che resta di un’intera e lunga stagione politica durata 70 anni. E sarà un vento politico.