L’ANALISI. Appunti per una discussione sul voto del referendum in Calabria

L’ANALISI. Appunti per una discussione sul voto del referendum in Calabria
EnnioCalabria    UNO. I giorni che ci separano dal 4 dicembre consentono una prima valutazione di quel che accaduto in Calabria andando oltre le banalità in cui si sono rifugiati gran parte del Sì e del No. Zoom, non ha dato indicazioni di voto anche se ha proposto analisi che in gran parte finivano col preferire il Sì che però ha nettamente perduto (previsione nota e più volte analizzata nelle conseguenze). Ora i cittadini si sono espressi e bisogna prenderne atto. Ciò non significa non discutere il perché del risultato e i meccanismi che l’hanno determinato.

DUE. La tesi di un rapporto causa-effetto tra indicazioni dei big del ceto politico calabrese e risultato referendario, un effetto che separa vincitori e vinti, mi sembra inconsistente. Soprattutto, ed è il punto decisivo, è una tesi consolatoria in cui si ritrovano i presunti vincenti e quelli che con certezza hanno perduto. Una complicità che non aiuta a fare i conti col problema Calabria. Immaginare che il popolo calabrese abbia tributato al No una valanga per l’indicazione della signora Santelli, dei fratelli Occhiuto, di Nicolò e Tallini (indicazione che ha alla fine piallato Oliverio, Falcomatà, Irto, Magorno, Battaglia e gli altri) non ha alcun riscontro. Del resto, sostenerlo significa pensare che se Oliverio, Falcomatà, Magorno e altri, una settimana o un mese prima del voto, avessero deciso di votare No sarebbe arrivata in Calabria una valanga di Sì. Conclusione più che infondata ridicola. Identico valore ha la pretesa di Magorno, secondo cui gli elettori non hanno premiato il Sì in proporzione al lavoro fatto dal Pd. Sono valutazioni che ovviamente prescindono da qualsiasi riferimento personale su tutte le persone citate. La sensazione generale è, invece, che vi sia una grave incomprensione del risultato da parte del vertice Pd che è identica a quella degli avversari del Pd.

TRE. L’insieme di queste tesi – ed è il loro limite di fondo – presuppone che tra il ceto politico calabrese e l’opinione pubblica funzioni ancora un solido rapporto di egemonia che configura un blocco attivo e funzionale tra dirigenti e diretti. E’ invece proprio su questo che il voto registra una evidente rottura che si sostanzia in una lacerazione drammatica che contrappone il popolo elettore al ceto politico e alle classi dirigenti della Calabria. La crescita tumultuosa dell’antipolitica e il progressivo aumento dell’astensionismo calabrese (regionali, amministrative) avevano già suggerito in passato l’ipotesi di una caduta del prestigio e della capacità di direzione del ceto politico sulla società calabrese. Le caratteristiche del voto referendario in Calabria, in questa occasione, coincidono col voto nazionale e con le piegature che quel voto ha assunto nell’Italia meridionale. Quindi, una doppia rassomiglianza: col voto italiano e quello del Sud. Certo, il voto calabrese, al pari di quelli nazionale e meridionale, è fatto di componenti diverse ed ha unificato pulsioni contrastanti che oscillano lungo un arco ampio e articolato. Ma il suo carattere specifico è che il voto non si è discostato dal vento che ha soffiato nel resto del paese (e del mondo occidentale). Un vento carico di rabbia, preoccupazione e paura diventato tempesta nel Mezzogiorno dove le componenti che lo hanno alimentato sono più esasperate ed aspre. Per comprendere gli orientamenti dei calabresi, bisogna prima di tutto tener conto che il loro No plebiscitario è un chiamarsi fuori e contro da un sistema che ha trasformato il Sud in un deserto di opportunità, che ha cancellato il futuro delle nuove generazioni, che ha ormai reso visibile un percorso all’indietro rispetto ai padri, che costringe, chi è costretto a vivere al Sud, ad accontentarsi di una vita giorno dopo giorno peggiore di prima. Perfino la crisi del clientelismo, il cui finanziamento è stato mangiato dalla crisi economica, ha spinto frange importanti di calabresi verso il “contro”.

QUATTRO. Invece, il ceto politico calabrese (inteso qui in senso lato, cioè come l’insieme delle classi dirigenti) s’è interamente confortato nella convinzione di aver subito (soltanto) una sconfitta o di aver (finalmente) afferrato una vittoria. Così chi è stato sconfitto non si rende conto della profondità della sconfitta e chi ha vinto si nutre di un’illusione intestandosi un risultato rispetto al quale è estraneo. Eppure gli italiani hanno capito subito la sconfitta di Renzi e del suo Pd. Ma non hanno ancora capito chi ha vinto. Il fatto che caduto il governo Renzi il No abbia denunciato la nascita di un “governo fotocopia” ammette e dimostra che nessuna componente del No sia stata (si sia sentita) tanto vittoriosa e forte da poter imporre un governo “altro” dal precedente.

CINQUE. Le sole forze che in Italia dopo il referendum hanno dato un’indicazione netta e priva di differenze al proprio interno sono state M5s, Lega Nord e FdI. Non si può non osservare che si tratta di tre forze di scarso peso politico in Calabria, con la sola eccezione dell’exploit del M5s nel 2013, a datare dal quale però il M5s ha fornito prove elettorali modeste. E’ comunque improbabile far risalire lo straripante successo del No a loro. Il che legittima ancor di più l’ipotesi che in Calabria abbia giocato un’opposizione radicale di sistema. Un’opposizione molto diversa da quella costruita nel Novecento nella contrapposizione tra destra e sinistra. Non vi sono, al momento, indicazioni sufficienti per capire se quel blocco, che gli osservatori non escludono possa alla fine imporsi in un’Italia tripartita, avrà futuro anche nella nostra regione. E’ un tema che le aree tradizionali del Cdx e del Csx calabrese farebbero molto male a sottovalutare come appare dall'impianto propagandistico delle loro discussioni postreferendarie. I parlamentari di quei partiti, i consiglieri regionali, sindaci e strutture del potere calabrese diffuso hanno un interesse vitale a capire cosa sta accadendo. Ma per farlo devono accettare tutti i rischi connessi a una discussione credibile.

*Ennio Calabria, Gli oggetti del mio studio, pastello su carta 115x160, 1989