
C’è un dato sorprendente che emerge dai risultati delle elezioni regionali in Calabria che hanno visto, come noto, la vittoria del centro destra guidato dall’on. Jole Santelli.
Le forze sovraniste della coalizione (Fratelli d’Italia e Lega) sembrano aver adottato una strategia di ibridazione identitaria con le componenti più “tradizionali” dell’offerta politica locale.
Un’analisi, neanche troppo profonda, della storia e del DNA politico degli eletti delle due importanti componenti sovraniste del centro destra calabrese, restituisce chiara l’operazione di marketing elettorale adottata.
Piuttosto che concentrarsi su giovani soggetti politici, autenticamente riconducibili alla nascente vocazione sovranista, si è infatti adottata una sorta di strategia di franchising partitico, affidando simboli e logo di partito a bacini di influenza elettorale chiaramente riconducibili a precise famiglie politiche (come nel caso di Fratelli d’Italia) o a trascorse esperienze di sindacato datoriale nel campo dell’agricoltura o di antichi feudi politici (come nel caso della Lega).
Non a caso la stampa e gli osservatori politici parlano di “vittoria mutilata”. Sia chiaro, è probabile, anzi certo, che tale scelta consentirà alle forze sovraniste di occupare postazioni di governo nel nascente esecutivo.
Resta tuttavia da avanzare una scomodissima riflessione politica. Il costo opportunità di questa operazione, sul piano della strategia politica di medio-lungo periodo, non rischia di tradursi in una perdita di credibilità e di lievito identitario?
Al netto dell’ossessione meloniana di realizzare il sorpasso elettorale su Forza Italia (peraltro fallito in Calabria) e della parallela ansia leghista di mettere il cappello sull’agricoltura calabrese ( che non è quella veneta, mai dimenticarlo), l’impressione è che ancora una volta il centro destra calabrese, nel suo complesso,abbia perso un’occasione per credere in una stagione d’innovazione.
Un problema in più per la Governatrice Santelli che avrà anche il compito, onestamente non semplice, di risolvere una complessissima disequazione identità/potere nella sua maggioranza e di bilanciare, in parallelo, le pulsioni populiste-sovraniste con la ragionevolezza del pensiero liberale ed europeista.
A meno che il sovranismo in franchising non finisca poi per far rima con opportunismo….ma sarebbe un’altra storia. Anzi la solita. Quella di sempre.