
La grandezza di una istantanea sta nel cogliere l’attimo nella sua più profonda essenza. Sia che si tratti di fermo immagine che di un movie, l’arte si riconosce dalla narrazione implicita, dalla forza che ha nel richiamare storie, memoria, di scardinare il presente e proiettarsi nel futuro. Ne sa qualcosa chi ha preteso di ingabbiare una Terra dentro la storiella falsa e stonata di uno strumento scordato.
Non è di cortometraggi che vogliamo parlare, ma di quella foto che molti abbiamo visto e che ci ha colpito per la sua bellezza, la forza evocatrice dell’inespresso che si agita dentro di noi, in questo secondo round di pandemia, più duro e traumatico del primo. La prima volta ci si affacciava ai balconi, la primavera ci consentiva di salire in terrazza, si aveva la forza di cantare e scrivere poesie, anche di piangere e gridare insieme: andrà tutto bene! Un sentire comune prevaleva, nonostante la morte e il lutto, fatto di coesione e di speranza. La seconda volta è inquietante. La gente è incattivita, non accetta e oscilla tra depressione e rabbia.
Non ce la fa più di ritornare indietro ai giorni di marzo, scende in piazza a gridare. E’ molto pericolosa quest’onda nera e violenta che manovra, coltivata e nutrita da demagoghi mai sazi. Due giorni di guerriglia urbana, Napoli, Roma, poi? Se la prima volta si guardava ai governanti come salvatori, accettando ogni sacrificio, adesso gli si urla contro, la paura è fuori controllo, di fronte all’incalzare di numeri le cui previsioni ormai le sa fare pure un bambino.
Non si sopportano più le follie dei negazionisti e i virologi da talk show, medici prezzolati che in estate hanno parlato di virus attenuato o sparito incoraggiando condotte rilassate. Oggi si rimangiano tutto, peccato che sia troppo tardi. Non è facile accettare che tutto stia tornando, che il contagio ci circondi, che sia all’interno delle famiglie il rischio. Dovremmo “imparare, dice Recalcati, a non negare il male, ma a sostare di fronte ad esso, a sopportarne il suo peso”.
Ma conquistare la postura mentale come terribile lezione di questo virus non è cosa facile. Chi ne ha gli strumenti, chi le capacità e le energie? “Saper sostare di fronte al negativo, saper stare dove la paura è più grande significa imparare a convivere con lo straniero”.
Accettare i fantasmi che si agitano dentro ciascuno di noi, elaborarli nuovamente è come camminare da soli nel cuore della notte senza temere alcun male. Restare in piedi di fronte al male, come riesce a fare l’uomo della foto, non è scontato, Una città, il suo bel corso illuminato e deserto. Una sagoma che da sola cammina al centro della strada, là dove gli altri non possono più andare se non per necessità urgenti. Guardi meglio e lo riconosci, sai chi è. Lui può farlo, la sua necessità nasce dal suo spirito libero, dal non provare paura, lui che una volta si è persino addormentato dentro un cimitero.
Resta in strada di notte, non per protesta o per negare l’esistenza del virus, che solo i deficienti possono ancora affermarlo, cammina da solo di notte perché non teme alcun male. Procede con le mani dietro la schiena, inseguendo un suo pensiero, un suo ragionamento. Lo conosciamo tutti, ci parliamo con Toni, gli offriamo il caffè, lo salutiamo. Ci dona un sorriso, se lo accogliamo per un attimo, se gli offriamo fumo. Se incontra una ragazza dà pure consigli, di stare attenta, di tornare a casa… Toni è buono dentro. Per questo, guardando la foto, siamo mossi da una struggente tenerezza. Non solo per lui, ma in fondo per noi. Come se fosse rimasto, in una notte deserta, lui, unico cittadino, libero dentro, a custodire la città inerme e desolata, con il suo mondo magico fatto di musica, di sigarette, e libertà.
*Foto di Antonello Diano