
Toni è il Joker buono. L’asso di coppe quando cade a bastoni. Il fuoriuscito senza essere mai entrato. L’urlo senza voce. La musica senza canto. Il rocker senza rock. L’immigrato casalingo. La volpe che se ne sta acquattata ai piedi dell’uva e a tutto pensa tranne che all’uva. Toni è il sentiero della boscaglia che non porta da nessuna parte, ma è un sentiero con un cuore.
La notte lo comprime, poggia su quelle spalle robuste da sollevatore di pesi, e lo trasfigura rendendolo l’Atlante che sorregge il mondo: il suo sogno diventa realtà e voilà, con una giravolta Toni è sul palco dei Rolling Stones, è la rockstar reggina, la strada si anima di pubblico tambureggiante e il suo sorriso, una ferita tagliata dal rasoio, c’illumina d’immenso, piccolo grande albatro, poesia della vita e della morte.
Toni solca la tenebra della solitudine, sua compagna fedele. Non risente dei giudizi, non partecipa al circo; semmai, quando è di buona luna è lui stesso il circo. Puoi tormentarlo con i tuoi lazzi da bambino, puoi fregarlo col tuo sguardo da sparviero, puoi scacciarlo con i guanti bianchi da viveur, e non otterrai nulla, se non colmare il palco desolato di un coro di pinguini, tutti attorno al grande interprete; allora lui canta e noi dietro a fare il coro, sforzandoci d’imitarlo. Ma non possiamo riuscirci.
Non possiamo. Siamo imbrattati dal fango della realtà. Ci ostiniamo, ma nulla lava via le macchie. Mentre lui riluce. Brilla nella notte, il vecchio caro bluesman con la voce di Sam Cooke e il passo di Charlie Chaplin.
Toni, amico della città, noi siamo qui terrorizzati dalla storia e tu passeggi col buio che ti scivola addosso come acqua di colonia. Sei l’annuncio della fine, e il segnale dell’inizio. Guardiamo la foto e riepiloghiamo l’esistenza. No, non possiamo essere soddisfatti, non abbiamo il fondo in dotazione al nostro bagagliaio. Siamo vipere, e tu sei il falco. Voli sulle nostre teste senza ghermirci. Ci basta guardarti per tremare. Quei tuoi passi nella tenebra sono il rintocco della resa dei conti. Facciamo a pugni con la realtà, è tempo.
Forse già sapevi tutto, da quella volta al Cilea, nel 1977, quando salisti sul palco e quelle tue manacce afferrarono il microfono e urlarono il tuo motto. Che è il nostro motto: Satisfaction.
Ladies and Gentleman: Toni Rolling Stones!
“Non posso essere soddisfatto di questa solitudine e di questo vuoto. E ci provo, ci provo, ci provo. Ma non ci riesco. E allora canto. Senza voce, urlo. Senza occhi, guardo. Senza Dio, prego. Senza cielo, volo.”
Siamo nello stesso mare, ormai. Ma noi affondiamo, pesanti di zecchini e corazze, mentre tu galleggi. Ancora di più, voli. Come hai sempre volato. Senza ali. Forse l’abbiamo capito.
Non siamo nulla, vecchio caro Bluesman. Lo sapevi, e non dicevi niente, perché ci ami. Da sempre, in realtà, ci hai preservato. Dalla follia, che è nostra.
La tua è la santità assoluta del bambino. Quella che rende uomini gli uomini, e non ha tempo per tremare di fronte ad una notte così buia e terribile come quella dell’oggi.
Proteggici, Toni. Ne abbiamo bisogno.
PS: La foto, meravigliosa, è uno di quegli scatti memorabili che valgono come l’illuminazione di Rimbaud. L’autore, Antonello Diano, è stato baciato dalla folgore dell’arte, quella che arriva improvvisa, senza ragionarci sopra, come il dono di un dio. Che sia la prima di una lunga serie, Antonello.