
UNO. Non c’è più niente da dire sul Corto di Muccino. Chi vuole può farsi un giro tra giornali e social. Si fa un’idea e, se vuole, aggiunge un’opinione.
DUE. Qualcosa, invece, va detta sui problemi della Calabria che Muccino ha, suo malgrado e a sua insaputa, fatto emergere. Accantonati fastidio e sensazione d’impotenza provocati nella stragrande maggioranza dei calabresi, l’operazione Muccino, piaccia o no, ha infatti chiarito meglio di un saggio quale sia l’immagine della Calabria che s’è radicata in Italia fuori dalla Calabria. E’ questo il problema reale (ri)consegnatoci dall’infelice Corto. Attenzione: non è un problema di orgoglio, civiltà o psicologia dei calabresi. L’immagine della Calabria fuori Calabria, rilanciata a furor di 5mila euro al secondo da Muccino (e sulla cifra stendiamo un velo pietoso), è un ostacolo concreto e materiale che si frappone come un masso gigantesco alla voglia e ai tentativi della Calabria colta e moderna di combattere e vincere le arretratezze per dare spazio alle proprie potenzialità. Le immagini, quando si radicano, sono più forti dell’acciaio.
Muccino è un’intellettuale (per questo va steso un altro velo pietoso sulla dichiarazione con cui si è difeso citando due volte la Santelli, una volta con un confidenziale “Jole”, suggerendo di fatto la tesi che nel Corto avrebbe fedelmente dato corpo a suggerimenti, e suggestioni scambiati con l’ex presidente della Regione Calabria ancora in vita). Ma proprio perché è un intellettuale, riconosciuto da altri intellettuali italiani e non solo, bisogna chiedersi: come è possibile che Muccino, quasi certamente in buona fede, sia riuscito a immaginare e convincersi che il suo milione e 800mila pregiudizi e luoghi comuni avrebbero veramente raccontato la Calabria facendo felici i calabresi e rendendo un buon servizio alla Calabria?
E ancora. Il Corto è stato presentato alla festa del Cinema a Roma, presente l’intera giunta regionale calabrese che fu della Santelli, guidata dal Presidente ff Nino Spirlì. In sala, secondo i giornali, anche politici di tutti gli altri schieramenti. Tutt’insieme, raccontano le cronache, hanno applaudito e apprezzato la Calabria. Applausi, quindi, per la Calabria imbarazzante che emerge dal Corto di Muccino. Una Calabria senza storia, ferma nel tempo. Una terra che è veramente come gli stereotipi che le hanno cucito addosso (e Muccino ha filmato), una pietra antica che non si fa influenzare dal mondo che cammina.
TRE. Se così è veramente andata bisogna quindi prendere atto che l’immagine della Calabria che circola fuori dalla Calabria, è stata interiorizzata e fatta propria da parte delle classi dirigenti della nostra regione, e non è più distinguibile neanche da parte di chi è, dovrebbe essere, impegnato nella costruzione di una Calabria migliore di quella che c'è. La contraddizione stridente tra gli appalusi del ceto politico calabrese a Muccino e la ribellione dell’opinione pubblica calabrese contro il suo Corto testimonia una lontananza drammatica tra i calabresi e parte significativa del suo ceto dirigente.
Certo può accadere che le classi dirigenti e una parte larga del ceto politico della Calabria siano impegnati a far propria e perfino a difendere l’immagine di una Calabria irredimibile, disastrata, vecchia, incapace, anzi inadatta a fare storia. Non sarebbe la prima volta. Già al momento dell’unità d’Italia le classi dirigenti meridionali alla testa del Risorgimento accettarono e fecero proprio, per usarlo a proprio vantaggio, il cliché di un Mezzogiorno e di una Calabria antropologicamente segnati, irredimibili. Una terra, anzi un paradiso “abitato da diavoli”, al di là di bellezze struggenti e panorami mozzafiato. Fu questo, in quella stagione storica, l’argomento principale delle classi dirigenti risorgimentali per giustificare agli occhi del resto del paese e soprattutto al centro-nord antichi e odiosi privilegi parassitari e asfissianti (e soprattutto procrastinarli) che condannavano (e condannarono) il Sud tarpandogli le ali.
QUATTRO. Non credo che Muccino sia impegnato su questo fronte. Anzi, sono portato a escluderlo. Credo invece che specie fuori Calabria sia, non voglio dire impossibile ma certamente difficilissimo, distinguere tra la Calabria reale - i suoi sforzi, il suo impegno - e la Calabria impastata coi luoghi comuni che la inchiodano a coppole, asini e finocchietto. E tra queste due Calabrie quasi sempre, i forestieri, scelgono la seconda. Non per pigrizia o garantirsi grosse parcelle, ma perché è veramente difficile leggere e capire una terra sepolta sotto il pregiudizio.
Tutto ciò pone un problema di straordinaria importanza: a chi tocca raccontare la Calabria per avvicinare racconto e realtà? Chiunque voglia, ci mancherebbe altro, ha diritto di raccontare la Calabria e di farlo come vuole. Ma le classi dirigenti calabresi, vittime e/o titolari di un riflesso condizionato, hanno spesso preferito e privilegiato un racconto “forestiero” della loro regione. Quasi sempre a propria salvaguardia e come impauriti da quello che potrebbe saltar fuori. Non è un caso che il Corto sulla Calabria sia stato affidato a un regista che calabrese non è, quasi a dispetto di chi in Calabria conosce meglio ansie, inquietudini e difficoltà presenti ed ha già dato prova di mestiere, finezza e anche di autonomia.
In Calabria ci sono registi, artisti, scrittori, musicisti, perfino giornalisti, in grado di dare una mano per meglio raccontarla. Abate, Bubba, Criaco, Dara, Gangemi, Macrì, Talarico, Turano (solo per fare un piccolo elenco alfabetico e parziale di soli scrittori) rappresentano solo una piccola parte delle complessive intelligenze e delle capacità artistiche e culturali presenti in Calabria. Il potere calabrese, però, si tiene lontano da questi mondi in grado di ricostruire la realtà e l’immagine di una Calabria inquieta e insoddisfatta ma lontana dal dominio asfissiante del pregiudizio e dei luoghi comuni.
E questo è un altro problema che il caso Muccino consegna a questa regione e che tocca ai calabresi risolvere.