SAPIENS. Trump fuori dai social: censura o intervento tardivo?

SAPIENS. Trump fuori dai social: censura o intervento tardivo?

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Divampa il dibattito sulla cacciata di Trump dai social media. Censura o provvedimento necessario per fermare l’escalation che ha condotto migliaia di insurrezionalisti all’assalto del Campidoglio in Capitol Hill, tempio della democrazia più grande e più potente al mondo?

“Ha dell’incredibile che un’impresa economica la cui logica è volta al profitto possa decidere chi parla e chi no”. Così, ad esempio, Massimo Cacciari, il cui ragionamento prosegue indicando uno sbocco sul quale non si può non essere d’accordo: non può essere un privato a decidere chi ha diritto di parola e chi no, ma un’Autorità pubblica, legalmente costituita.

D’altra parte, il problema si è posto in maniera drammatica adesso, ma chi lo scopre ora non ha evidentemente dimestichezza con le enormi criticità emerse in questi anni sul ruolo delle piattaforme digitali e dei social media. Non è un caso che due proposte di regolamenti Ue, il digital services act e il digital markets act, sono in attesa di essere approvate, per diventare subito dopo norme cogenti in tutti gli Stati membri, dal Parlamento e dalla Commissione. Questo dopo che altri tentativi, basati sulla co- regolamentazione (i codici di condotta) non hanno dato gli esiti sperati.

Ma Trump ha a cuore non la libertà d’espressione di tutti, ma la sua. Solo ora parla di censura, di violazione del primo emendamento della Costituzione americana sulla libertà di espressione. Negli ultimi anni, ha presentato diverse proposte tese ad espungere la Sezione 230 dal Communications Decency Act del 1996 che, in sostanza, esonera le piattaforme dalla responsabilità per ciò che i loro utenti pubblicano e consente loro di moderare il contenuto dei loro siti come desiderano: "Nessun fornitore e nessun utilizzatore di servizi Internet può essere considerato responsabile, come editore o autore, di una qualsiasi informazione fornita da terzi". Addirittura, solo un mese fa The Donald ha tentato inutilmente di bloccare la legge fondamentale sulla difesa perché non conteneva l’abrogazione di quella norma.

Ora le Big Tech hanno deciso di mettere la parola fine alle fake news e allo hate speech diffusi dal quasi ex Commander in chief. Twitter ne ha cancellato definitivamente l’account, e lo stesso hanno fatto SnapChat e Twitch. Facebook l’ha sospeso, insieme a quello di Whatsapp, fino al 20 di gennaio. Per completare l’opera, Amazon, Apple e Google hanno deciso di bloccare l'accesso al social Parler, la piattaforma che utilizzava il servizio di cloud computing Amazon Web Services e sul quale si erano rifugiati i trumpiani per continuare a fare danni. Tra i nuovi iscritti a Parler, manco a dirlo, Matteo Salvini.

A bannare Trump da Facebook ci ha pensato Zuckemberg in persona: “La sua decisione di utilizzare la piattaforma per condonare piuttosto che condannare le azioni dei suoi sostenitori al Campidoglio ha giustamente disturbato le persone negli Stati Uniti e nel mondo. Abbiamo rimosso queste affermazioni perché abbiamo giudicato che il loro effetto – e probabilmente il loro intento – sarebbe stato provocare ulteriori violenze. Crediamo che i rischi di consentire al Presidente di continuare a utilizzare il nostro servizio in questo periodo siano semplicemente troppo grandi. Pertanto, stiamo estendendo il blocco che abbiamo inserito sui suoi account Facebook e Instagram a tempo indeterminato e per almeno le prossime due settimane fino al completamento della transizione pacifica del potere”.  Twitter, dal canto suo, ha spiegato la sua decisione evocando i rischi di “nuove istigazioni alla violenza” dopo l’assalto al Campidoglio: “Le nostre regole di interesse pubblico esistono per consentire alle persone di ascoltare direttamente ciò che i funzionari eletti e i leader politici hanno da dire”, ma “questi account non sono completamente al di sopra delle nostre regole e non possono utilizzare Twitter per incitare alla violenza, tra le altre cose”.

Questi i tweet che hanno spinto l’azienda a prendere la decisione definitiva, dopo la precedente sospensione. Il primo: “i 75 milioni grandi patrioti americani” che lo hanno votato “avranno una VOCE DA GIGANTE in futuro”. Nel secondo, Trump ha annunciato che non sarebbe andato all’insediamento di Biden, il 20 gennaio. Twitter ha spiegato: che tale annuncio poteva essere interpretato dai suoi seguaci, visti i precedenti, come una conferma che le elezioni non sono state legittime e come un’inversione del suo precedente impegno” per una “transizione ordinata”; che “poteva servire da incoraggiamento per commettere atti violenti in quanto l’inaugurazione sarebbe stata un obiettivo ‘sicuro’, perché lui non parteciperà”. Non solo: “L’uso delle parole ‘patrioti americani’, per descrivere i seguaci, viene anche interpretato (in rete) come sostegno a coloro che hanno commesso atti violenti a Capitol Hill”. Infine, la promessa che i suoi seguaci avranno una “VOCE GIGANTE in futuro” potrebbe essere interpretata come un segno che Trump “non intende facilitare “un’ordinata transizione” ma continuare” a sostenere e proteggere coloro che credono di aver vinto le elezioni”.

Insomma, rimangono in piedi molti interrogativi: perché non si è intervenuto prima (anche se, sia pure parzialmente, lo si è fatto); perché un privato può essere titolare di un potere così grande, tale da zittire il presidente degli Stati Uniti; se le piattaforme e i social manterranno tale rigido atteggiamento in futuro. Tutti temi che meritano grande considerazione e che andranno affrontati a livello globale, giacché questi mezzi non conoscono confini fisici. Tuttavia, alle condizioni date, e tenendo conto che un soggetto che ha dimostrato nella sua vita di non fermarsi davanti a nulla ha ancora in mano le valigette coi codici nucleari, le misure drastiche non dovevano e potevano essere scartate. Dal 21 gennaio si dovrà pensare al resto, e farlo in fretta, prima che il game sfugga di mano definitivamente.