L’INTERVENTO. La sinistra e Draghi

L’INTERVENTO. La sinistra e Draghi

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La sinistra svolge una funzione ancillare nella potente operazione che la grande borghesia italiana ha avviato col governo Draghi? Questo punto è al centro di un’accesissima discussione, prima durante ma soprattutto dopo i primi giorni e il completamento dell’iter della fiducia alle Camere del nuovo esecutivo a guida dell’ex direttore della Banca Centrale Europea ed ex di Bankitalia.

Si tratta – questo primo punto è indubbio - di una borghesia il cui carattere più che imprenditore è prenditore, talvolta persino predatorio e che segna indelebilmente la nuova stagione politica italiana.

Le correnti del PD che controllano i gruppi parlamentari hanno, come e’ noto espresso tre ministri maschi, tutti e tre del nord del Paese, collocati in dicasteri in cui possano pero disturbare il meno possibile la gestione delle risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il famigerato PNRR. Avranno infatti piu’ gatte da pelare che altro, vedi Orlando, mentre Franceschini si è visto sottrarre il turismo, a tutto vantaggio della Lega e Guerini, nella migliore tradizione democristiana, è stato e sarà invisibile.

Anche Speranza vede giustamente riconfermato il suo ruolo nella gestione sanitaria della più grave emergenza del secondo dopoguerra ma è gia’ sotto un potentissimo attacco leghista e dei mezzi d’informazione influenzati se non addirittura gestiti dal ‘’pensiero’’ leghista (vedi ad esempio il Libero a dominio Feltri).

Tutto ciò non basta ovviamente a dare un ruolo centrale al Partito Democratico e a quanto altro resta della sinistra. L’assenza di figure femminili della sinistra nel Governo che conta (lasciamo perdere i sottosegretari visto che nemmeno i ministri contano in questo tipo di Governo) è inoltre, per il PD, una scelta insensata e suicida che avrà ripercussioni nel lungo periodo.

Si dirà: anche il centro-destra ha una funzione di supporto. Vero. Ma in questo campo la linea tenuta da Mario Draghi ha creato una cesura netta tra la componente moderata e liberale, più europeista, e le tendenze nazionaliste.

Che cosa è successo allora? Di fatto è già nato il partito di Draghi, attorno alla gestione delle risorse europee. Con persone assolutamente competenti, a partire da Enrico Giovannini e da Patrizio Bianchi, che hanno già dimostrato capacità di governo e sensibilità alla lotta alle diseguaglianze. Ma il dato politico non cambia. Un governo del Nord, baricentro su Milano (due ministri di Ferrara manco ai tempi del giardino dei Finzi Contini si vedevano!), il cui tempo non è tanto quello, come si scrive, delle prossimeelezioni del Presidente del la Repubblica, ma quello del rimodellamento del Paese a partire dalle risorse che l’Europa mette in campo.

La sinistra – questo è il secondo dato indubbio - è stata sconfitta nel suo tentativo di gestire queste risorse con un punto di vista autonomo. L’accanimento mediatico contro Giuseppe Conte, da parte dei grandi media controllati dalla coalizione di interessi che ha voluto il Governo Draghi, è sintomatico di un Paese in cui l’avvocato che arriva dal subappenino dauno fino ad occupare il palazzo più importante al Potere è stato (ed è, se solo si leggono alcuni commenti anche ora a Governo Draghi insediato e votato) letteralmente triturato da un orrendo sistema mediatico. Tuttavia non si può imputare ad altri, se non agli alleati di quella coalizione, la debolezza del Governo nei mesi passati. Le due versioni del piano sono apparse generiche, fabbricate al chiuso dei Palazzi, senza forme partecipative di alcun tipo, pur essendo portatrici di suggestioni e di spunti interessanti.

In qualche modo il PD, questo PD, partecipando a questo Governo - una scelta, diciamo la verità, obbligata– esaurisce la sua storia, cominciata col racconto di Walter Veltroni al Lingotto nel 200? Anche su questo interrogativo il dibattito è accesissimo con punti di vista opposti.

Proviamo a mettere i ceppi saldi del ragionamento: il PD oggi non è più la forza centrale capace di riorientare il sistema e si trova in una collocazione simile a quella della SPD, in Germania, sostenere cioè un’operazione politica gestita da altri. A Berlino la CDU ha il timone. A Roma la prospettiva è quella della formazione di una forza moderata che occupi lo stesso spazio, unendo componenti cattoliche, liberali, ambientaliste.

Nel PD non si aprirà un dibattito chiaro su quanto è successo. Si tratta infatti – terzo elemento indubbio - di un partito prigioniero di correnti, controllato in molte regioni da presidenti sempre più onnipotenti, a capo di veri e propri partiti regionali, e soprattutto chiuso nelle istituzioni e nella gestione del potere.

Le promesse riformatrici, addirittura di superamento del PD, di Nicola Zingaretti sono rimaste sulla carta e la gestione degli ultimi mesi, anche da un punto di vista tattico, è stata da parte dell’intero gruppo dirigente sconsiderata. Pietro Folena che di quei partiti della sinistra post PCI è stato a lungo dirigente, suggerisce un cantiere, una ‘’Epinay italiana, e cioè un atto federativo e fondativo analogo a quello che François Mitterand, che era esterno al Partito Socialista, fece nella cittadina francese nel 1971, divenendo il segretario del Partito, e che vide la rapida rinascita del socialismo francese liquefatto negli anni precedenti: di un atto che abbia cioè al centro le idee del socialismo. Il socialismo del nuovo tempo, una prospettiva di riscatto dalle disuguaglianze sociali e civili, fondato sui beni comuni -a partire dalla salute-, femminista, guidato dalle donne che portano nuove idee e un diverso rapporto coi problemi della vita, unica possibile transizione ecologica, perché è solo limitando la logica predatoria del profitto che si potrà riorientare lo sviluppo attorno a valori umani. Fratelli tutti, come propone Francesco.