
Su Bergoglio a Che tempo che fa, si è disquisito e criticato da molti versanti. L’illustre teologo Mancuso, ha tempestivamente criticato la presenza del pontefice, ritenuta, “con amarezza”, “banalizzazione della fede”. Salvo cambiare idea il giorno dopo, rivendicando l’autonomia di giudizio, ma, ahimè, non potendo aggiustare meglio la sua intempestività. “Ero scettico, ma mi ricredo completamente! E’ stato un grande momento di spiritualità e di umanità”. Non siamo teologi, ma il buon senso fa dire: prima guardo, poi parlo. Una caduta di stile e credibilità.
Altre posizioni conservatrici, hanno denunciato la profanazione del sacro, evocando l’inaccessibile mondo preconciliare, magistralmente riprodotto dal genio felliniano, dal bacio alla pantofola e alla sedia gestatoria! Fortuna che Francesco è apparso a milioni di telespettatori, sobriamente seduto su una normalissima poltrona nella sua casa di Santa Marta, senza ori e brillanti, soltanto un orologio modesto faceva capolino dalla manica.
Poi c’è chi ha sparato sul conduttore. Non è giornalismo, si è detto, perché non chiedere di pedofilia, celibato, poteri occulti vaticani, transgender e tanto altro? Ciascuno fa il giornalismo per cui è nato. Chi con l’elmetto fa l’inviato di guerra, chi non è tagliato e magari corre il rischio d’essere considerato dai colleghi, come a scuola, il primo della classe, che tutti invidiano perché è riuscito ad avere l’approvazione dei professori, ma è sfottuto come lecchino. In effetti, Fazio troppo preso dall’emotività, non ha contenuto l’affettazione e la soggezione da seminarista. A sua difesa, però, diciamo che mai l’abbiamo visto porre domande imbarazzanti e provocatorie. “Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”.
Ma se un altro, avesse avuto l’incredibile opportunità, come avreste gestito la cosa? Ricordiamoci che le grandi penne che hanno fatto la storia del giornalismo, concordavano e si organizzavano sulla scaletta da proporre al grande personaggio che avrebbero avuto di fronte, per evitare crisi planetarie. A maggior ragione per sua Santità. Tutto dipende, alla fine, dal contenitore, non dal contenuto.
Ciò che mi ha spronato a scrivere, però non sono state tanto le vivaci polemiche, quanto una breve riflessione di una persona a me vicina, adulta nella fede, che con libertà e onestà ha affermato la propria contrarietà alla presenza di papa Francesco in quel luogo. Ho risposto che avrei vista la trasmissione per potermi esprimere, dissimulando lo stupore che avrebbe aperto una discussione fuori luogo. Come per il teologo di fama, sarebbe stata aria fritta. Le ho chiesto di spiegarmi. Non mi sono ancora chiarissime le risposte fornite sulla sfera del sacro. Mi sfugge cosa al fondo può aver turbato e contrariato la persona amica, che tra l’altro, non è su posizioni lefevriane, anzi…
Credo riguardi la sfera profonda della fede, il modo personalissimo di ciascun credente, di concepire e sentire il Mistero e l’Alterità e, in qualche modo, anche chi, in terra, è il suo vicario. Tutto questo è riconducibile alla propria storia incisa in profondità nel Dna spirituale, che, se potesse dipanarsi, mostrerebbe l’incrociarsi di centinaia di tessere, l’educazione familiare, le relazioni profonde, le esperienze giovanili, gli incontri con padri e madri spirituali che lasciano il segno. La stessa conversione alla fede adulta, non quella del catechismo, ha dei riverberi unici e irripetibili per ciascuno e traccia il modo con cui ci poniamo di fronte al Mistero e alla sua incarnazione.
Per capire questo papa e forse la sua decisione di partecipare a Ctcf, bisogna ricordare che è un gesuita. I gesuiti da Pedro Arrupe in poi, sono stati sempre agli incroci della storia a prendersi cura delle ferite dei crocifissi e dei lontani, a lottare contro l’ingiustizia, attraverso l'opzione preferenziale per i poveri. Sporcandosi le mani davvero. Nelle favelas, ad Hiroshima, a Scampia. Poi ciascuno è unico: Martini è Martini. Bergoglio è Bergoglio, per fortuna. Tutti i gesti di Francesco, prima e dopo il pontificato, sono quelli di “toccare” l’altro, i suoi piedi sporchi, il mare pieno di morti, i bambini dei campi profughi a Lesbo. Di esprimersi con la franca semplicità dell’umile, che ha rinunciato alla complessità e all’artifizio del dotto. Ma nell’immaginario di qualcuno, in totale buona fede, c’è forse ancora un tabù. Che non sia un modo di proteggere, un voler bene a questo gesuita, non volerlo veder cadere nelle fauci dei denigratori? Colui di cui è vicario ha sopportato l’ingiuria e lo sputo, l’irrisione ed il tradimento. Ha toccato il lebbroso, assumendo la lebbra su di sé, per essere più vicino all’uomo, anche a ciò che è più immondo.