
Cosa c’è in un nome? Ciò che chiamiamo rosa anche con un altro nome conserva sempre il suo profumo (Romeo e Giulietta, Atto II, scena II)
Si può dichiarare FINITA la pandemia in Italia? La convenzione di dichiararla non cambia i fatti.
Anche chi lo afferma riconosce che c’è una disturbante (inspiegabile?) stabilità nel numero dei decessi, però osserva che sono diminuiti i casi attivi, i ricoveri e le terapie intensive, ponendo in evidenza il confronto tra la situazione attuale e quella registrata in corrispondenza al picco della variante Omicron. Rispetto ad allora si registra effettivamente una diminuzione del 50% nei casi attivi, del 33% nei ricoveri ospedalieri, del 44% in quelli in terapia intensiva. Tuttavia il confronto con prima che apparisse l’Omicron racconta ben altra storia. I casi attivi attuali sono dieci volte quelli di tre mesi fa, i ricoverati con sintomi 3.23 volte e i ricoveri in terapia intensiva 1.86 volte.
Questo utilizzo acritico dei dati mi ricorda una metafora, citata, in un altro contesto, da Giangiacomo Schiavi sul Corriere della sera, quella dell’uomo chinato a terra in Piccadilly Circus a Londra. Cosa cerca?, gli domanda un poliziotto. Il mio orologio, risponde l’uomo. È sicuro di averlo perso qui? No, in Hyde Park, è la risposta, ma qui c’è più luce per cercarlo.
I virologi sono stati criticati in alcuni articoli di una parte della stampa che minimizza, ora come allora, la pandemia, perché non avrebbero previsto, dicono, che i contagi sarebbero diminuiti. Che la fase omicron potesse avere vita breve era previsibile (e lo prevedemmo con tempi abbastanza precisi, in dicembre, in un articolo pubblicato in Asia-Pacific Biotech News, Non-biological estimate of Omicron Incidence, che incidentalmente potrebbe suggerire una possibile spiegazione del tuttora elevato numero dei decessi), ma che questo dovesse implicare la fine della pandemia non poteva andare al di là di un pio desiderio, anche se con qualche fondamento scientifico, se l’Omicron si fosse rivelato causa di una diffusa immunità.
Prescindendo da chi per partito preso nega l’evidenza, sembra che stiamo di nuovo assistendo a un confronto tra chi priorizza la salute pubblica e chi il recupero economico e la normalizzazione della vita sociale. Stesso problema di due anni fa, ma allora non c’erano i vaccini né si era avuta una così evidente diminuzione dei contagi, anche se legata più alle caratteristiche di una variante che alla pandemia in sé e quindi fu giocoforza che prevalessero le considerazioni dei primi.
Che certe decisioni politiche possano essere oggi inevitabili è comprensibile ed accettabile, ma questo non deve dar luogo a narrative di una realtà profondamente diversa e che impone mantenere in vigore norme di precauzione che alcuni pretendono che violino principi sacrosanti di libertà e addirittura contrastino con la “loro” lettura della Costituzione.
Alcuni fatti, non opinioni, dovrebbero essere tenuti in considerazione, ridimensionando il significato nonché la generalità della nostra esperienza italiana, e riconoscendo che la pandemia non è finita, così come insistono a ricordare l’OMS e la stessa Unione Europea.
Il menzionare lo scudo del 90 % di vaccinati o del 20% accumulato di contagiati (cui andrebbero aggiunti gli asintomatici non rilevati dalle statistiche) ignora quello che pure era stato un cavallo di battaglia dei negazionisti, che i vaccini hanno efficacia limitata nel tempo. E non c’è da citare studiosi stranieri che pure abbondano. Circa una settimana fa, il British Medical Journal, BMJ, ha pubblicato un articolo firmato dal Gotha dei responsabili italiani in questa materia. La riduzione del rischio di contagio (avendo completato due dosi) dopo sei mesi si riduce al 33%, di contagi severi all’80% e quasi totalmente per alcune categorie a rischio. Un mese fa, si stimava al 50% il numero di italiani che avevano fatto la terza dose.
Quanto è grande quindi quello scudo? Probabilmente non più del 70-75%.
Due dati dovrebbero far riflettere.
Il primo, di nostra elaborazione, riporta la media giornalieri dei decessi, con cadenza settimanale. Pare mostrare che la variante Omicron, pur con la sua bassa letalità, abbia contribuito al piccolo picco di gennaio (possibilmente a causa di comorbidità), ma pare evidente che la riduzione dell’incidenza della variante non ha condotto a modificare la tendenza crescente dei decessi precedente il suo apparire.
Il secondo, tratta dal sito worldometer, mostra come, a livello mondiale, il numero dei contagi giornalieri sia aumentato negli ultimi tempi. Non occorre, per apprezzare il significato della diversa pendenza della curva, una elevata cultura matematica. Comunque, il dato è che si è passati da una media di circa 600000 contagi giornalieri a fine dicembre al valore di circa 1700000 con punte di 2 e 3 milioni, e questo per quanto sta accadendo non soltanto in Asia (Hong Kong, Tailandia, Malesia, per esempio), ma anche in alcuni paesi europei.
Un aumento dei contagi comporta, tra l’altro, che aumenti in proporzione la possibilità che appaiano nuove varianti, quale che sia la probabilità dell’apparire di una variante
Le conclusioni le tragga il lettore.