
Qualche giorno fa negai che la circolare sul Giorno del Ricordo potesse considerarsi un mero incidente. In un paese normale il ministro che presumibilmente sarà stato informato da chi legge la Rassegna della Stamoa al Ministero, anche se non legge egli stesso ZoomSud avrebbe replicato, risposto o agito. Non è successo. Succede.
Ora un altro incidente, un malinteso si dice. La Bicocca censurare uno scrittore? Impensabile. Lo ha affermato il sindaco Sala, ma mi permetto parafrasare Shakespeare, riconoscendo che il sindaco Sala è uomo d’onore, e chiarendo “Io non vengo qui a smentire il sindaco Sala, ma solo a dirvi ciò che so”.
Il sindaco Sala di recente ha intimato al maestro Gergiev di condannare Putin o dare addio alla Scala. Novello inquisitore non ha ricevuto la risposta acquiescente di Galileo (d’altro canto esposto a una minaccia ben peggiore) e Gergiev è stato licenziato. Eccellente e dignitosa risposta, quella della soprano Netrebko, cui le origine cosacche, ancorché russe, e l’opposizione all’invasione non hanno condotto a che voltasse le spalle al maestro Gergiev.
La sospensione delle conferenze su Dostoevskij di Paolo Nori è rientrata. Non si sa chi la abbia decisa. Da quanto si legge sulla stampa parrebbe una decisione condivisa ai più alti livelli, ma poi pare sia stato invitato a prendere un caffè per chiarire il malinteso. Molti professori della Bicocca hanno protestato, il che scongiura il pericolo che magari un chimico di quell’Università chieda di cambiare nome a cinque elementi transuranici (Mendelevio, Dubnio, Flerovio, Moscovio, Oganesson), pericolosamente legati al Centro di Dubna o che si cancelli il contributo di Lobačevskij alle geometrie non euclidee, o, nel gioco del bridge chiamare, che so io, Apollo, la convenzione che porta il nome Sputnik.
L'iconoclastia culturale non è strutturalmente diversa dai roghi nazisti dei libri di scrittori ebrei, dalle misure fasciste di esclusione degli autori ebrei, dal maccartismo, dalla dichiarazione di quel ministro egiziano, candidato alla direzione generale dell'UNESCO che garantì che avrebbe bruciato qualsiasi libro di autore ebreo nella nuova Biblioteca di Alessandria.
Esopo e Fedro avevano già descritto questa sindrome, che, a differenza di gesti simbolici di alto significato, quali l'uscita dei delegati alla Conferenza del Disarmo di Ginevra durante il discorso del ministro Lavrov, e il rifiuto degli schermidori ucraini a incontrare la rappresentativa russa, si manifesta in un modo di impatto insignificante, ma che soddisfa un'esigenza di volere esser visibili, forse per motivi politici, o per suggerire un legame tra mondo accademico e società, non dissimile da quello sotteso dai movimenti, presenti in molti atenei, soprattutto anglo-americani, che propongono le azioni BDS (Boicottaggio, Disinvestimenti, Sanzioni) contro le istituzioni israeliane.
La letteratura russa, la cultura russa, la musica russa nulla hanno a che fare con l'invasione dell'Ucraina. Un'analisi oggettiva mostrerebbe che essa era prevedibile già dopo il discorso di Putin del 14 marzo 2014, alla vigilia del referendum della Crimea che poi avrebbe condotto alla sua adesione-annessione alla Federazione Russa (procedimento, incidentalmente, non dissimile da quello che, tra il 1836 e il 1845, condusse il Texas a essere uno stato parte degli Stati Uniti), e che è stata favorita dalle politiche occidentali di questi ultimi anni.
Ma torniamo all’Università, chiudo con un'ultima domanda retorica, riguardo alcuni autori che non potrebbero essere più lontani dalle mie idee politiche. Il fascismo e il nazismo sono stati appoggiati da scrittori come Céline e Pound, francamente collaborazionisti, l’antisemitismo di Eliot è, a mio avviso incontestabile. Ciononostante, si può pensare che una università ne impedisca la lettura, o lo studio?