L'INTERVENTO. La pandemia, la guerra e le nostre fragilità

L'INTERVENTO. La pandemia, la guerra e le nostre fragilità

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La guerra dopo la pandemia ci ha trovati convalescenti e ancora molto provati.  Il sentire comune è emotivamente molto coinvolto da quanto avviene in Ucraina. Una fragilità ancora non rimarginata, è questa la ragione, oppure se ne nascondono altre? Non le ragioni degli stati europei che hanno sfoderato muscoli ipotonici e dissociati, che con un braccio inviano munizioni, mentre l’altro annaspa nel gorgo di un’ardua mediazione.

Pensiamo all’angoscia che serpeggia nelle persone normali, perché così tanta emozione e disponibilità per il popolo ucraino? Forse questa volta è più vicino a noi il teatro bellico? Il criminale paranoico può colpire e fare centro su una centrale nucleare? Cernobyl la ricordiamo tutti. Nell’immaginario collettivo sono quei giorni e come, forse per un eccesso di zelo, nel nostro paese al Nord, si sconsigliasse di far uscire i bambini all’aperto.

Oggi persino Salvini è bramoso di marce della pace a Kiev, ci chiediamo quanto sia mosso in realtà da una ricostruzione di facciata, dopo i trascorsi filoputiniani, in evidente cortocircuito con l’altro stesso, che fino a poco tempo fa, avrebbe scaricato in mare altri profughi dalla pelle meno chiara.

Non è solo lui a pensarla così, c’è chi ha proposto ai consiglieri europei di trasferire il parlamento da Bruxelles alla città bombardata. Queste idee, proprio perché pensate ed espresse troppo, non hanno consistenza. Chi desidera essere prossimo, senza suonare la tromba, prende un pulmino e si fa 20 ore per salvare i bambini dalle bombe. Oppure sale su una 500 bianca e va a trovare, facendo saltare tutti i protocolli, l’ambasciatore russo presso la Santa Sede. Chi vuole fa, nel suo piccolo, prepara pacchi, serviranno, arriveranno, non importa, si va lì a portarli nei cortili di chiese ortodosse in Italia, dove altre mani sistemano indumenti, coperte, medicinali che forse serviranno a lenire ferite visibili e altre meno, ma molto più brucianti.

Se la violenta aggressione durerà parecchio diventeremo indifferenti? Saremo come l’Angelo dell’Apocalisse, né caldo, né freddo, solo tiepido, deprecato come qualcosa di rivoltante che sta per essere vomitato. Non lo sappiamo. La pandemia ci vedeva cantare ai balconi, convinti che tutto sarebbe andato bene, poi ci siamo scoperti spietati e cannibali di chi la pensava diversamente sul vaccino.

Questo è un tempo in cui stanno accadendo cose che non avremmo mai creduto potessero accadere. Fuori controllo. E’ l’epifania della fragilità e dell’impotenza umana di fronte ad eventi che sfuggono al nostro governo. Come funziona il cuore umano? E’ cinico pensare che una volta tranquillizzati sugli effetti per della guerra sui nostri paesi, crisi energetica a parte, anche questo conflitto, sebbene al centro dell’Europa, diventerà lontano, come è accaduto per quello senza fine in Siria.

Qualcosa da dimenticare, da riporre in un angolo della stanza della memoria calda, anticipazione dell’oblio freddo, che passa dal lungo corridoio della rimozione e della tiepida indifferenza. Sono strategie per esorcizzare la paura che tutto quello che vediamo accadere agli altri, non debba accadere anche a noi. Nemmeno gli ucraini potevano immaginare, erano tranquilli, da alcuni anni avevano una piccola guerra in casa, ma giusto ai margini della loro vita. Da un giorno all’altro, tutto si è capovolto e le bombe li hanno costretti sotto terra, oppure a cercare vie di fuga, le donne da una parte con i bambini, gli uomini a combattere.

Quando scoppia una bomba vicino a casa tua, non dormi più la notte, rimani all’erta. Il corpo e la mente si preparano alla difesa o alla fuga. Non solo nel reale, ma anche nel profondo. Si cerca una scappatoia. Gli accomodamenti della mente sono tanti, le risposte differenti, a seconda delle risorse di umanità che si hanno a disposizione, lo abbiamo visto con la pandemia. Le mamme ucraine a Carnevale, hanno dipinto i volti dei bambini, hanno fatto finta, per un attimo, che l’orrore non ci fosse, come nel film La vita è bella. E noi cosa raccontiamo della guerra ai nostri bambini? Cosa faremo, dovesse succedere quello che non osiamo pensare? Possiamo solo pregare di non diventare come l’Angelo di Laodicea, comunque andranno le cose.