
Sono stato fortunato. Ho vissuto uno dei periodi più belli della storia umana. Contornata da atrocità, ingiustizie, diseguaglianze, prepotenze, ma pur sempre la migliore epoca di tutte le epoche.
Basti pensare che solo settanta anni prima della mia nascita (sono del 1964) il lavoro minorile non solo era ammesso, ma era frequentissimo. Che l’indice di analfabetismo era superiore al 75%. Basti pensare che soltanto trent’anni prima l’Italia era preda una dittatura becera e arretrata, i single pagavano la tassa sulla loro condizione, il darwinismo sociale era tesi consolidata e per le persone con qualche problema era regola l’elettroshock. Ma potrei anche andare a dieci anni prima della mia nascita, con il mondo ancora diviso e terrorizzato dalla peggiore guerra mai affrontata, le testate nucleari pronte, l’emigrazione di massa, le catene di montaggio nuovi templi della schiavitù.
Poi è cominciato il miglioramento. Basti pensare al frigorifero e alla lavatrice. La televisione e il telefono in ogni casa. L’automobile. Le strade. Il gelato, il prosciutto crudo, il formaggio parmigiano, le gomme da masticare, i palloni di doppia gomma, i buoni libro. Le scuole strapiene. I licei strapieni.
Sono stato fortunato. Lo statuto dei lavoratori. Il divorzio. L’aborto. La possibilità di esprimere il dissenso, i soldi in tasca, anche se pochi ma sempre meglio rispetto al nulla precedente. I dischi. Lo stereo. Le vacanze. I viaggi. I libri.
Pensate siano sciocchezze. Mai nessun giovane nella storia umana si è divertito tanto quanto la nostra generazione. Il ballo. La nascita della libertà sessuale. Le indagini studentesche. I motorini. Le moto. I concerti. Le feste di piazza. Le feste. Il sesso. Gli abbaini e gli scantinati e le scoperte dell’amore, senza rischiare la pelle. I preservativi. I film porno, che uno prendeva appunti. I film di fantascienza. I musical. La voglia di cambiare, di migliorare ancora questa zozza società, i castelli campati in aria.
E poi l’abolizione del servizio militare, la cessazione del terrorismo locale, il grande (forse troppo) welfare, il lavoro, la fine delle grandi tensioni internazionali, la speranza di una pace duratura, i computer, le possibilità, le crociere, i ristoranti, le macchine fotografiche digitali, i social network. Tutto uno spasso, un mondo che tra mille problemi e difficoltà si avviava fiducioso verso il futuro, settant’anni di pace in Europa, cose mai viste, i progressi immensi della medicina, delle scienze in generale, delle condizioni. La globalizzazione. La moneta unica, il satellite, i telefoni cellulari, lo smartphone, l’energia solare.
Poi di colpo, tutto comincia ad arretrare. Il liberismo selvaggio. La delocalizzazione. Il terrorismo. Le multinazionali. Gli stipendi bloccati, come nella legge bronzea dei salari. Le difficoltà a manifestare. Genova e il G8. L’Iraq e l’Afghanistan. Gli F35. Berlusconi e la sua decadenza culturale. Il ritorno del razzismo, anche locale. Le mafie sommerse, meno sparano, più forti sono. L’attacco ai diritti dei lavoratori. L’individualismo feroce. La politica come barzelletta. I leader ridanciani senza filosofia alcuna. I giovani tenuti sulla graticola, il lavoro come fine ultimo e merce rara, la società dell’apparenza, dei raccomandati, delle stirpi, dei ricchi sempre più ricchi, la società degli influencer senza un grammo di sale in zucca. Il rifiuto dei libri, dello studio, dell’approfondimento. La superficialità come regola. Il “tagliacortismo”. L’emergenza ambientale sottovalutata. L’emergenza sociale non considerata.
Poi arriva una dannata pandemia e scoperchia il vuoto. Un vuoto non solo culturale. Un vuoto esistenziale. Rabbia e insoddisfazione si trasformano in rifiuto. La realtà rifiutata. Le bolle di sapone scambiate per Lune. Il sole diventa un pallone e la terra si appiattisce. Si ringhia e si sbuffa. Più si è insoddisfatti, più si ulula alla luna. Ciascuno in fondo perso per i cazzi suoi, come diceva Vasco nel 1983.
Scoppia una guerra nel cuore dell’Europa. La tensione sale al massimo. Si torna a parlare del Day After. Ma non basta. Bisogna dividersi, dire la propria, insultarsi, sfidarsi a duello, Gli stipendi sempre bloccati e il grano che raddoppia il prezzo, ma è più importante dissentire. Dissentire con tutti. Dissentire col buon senso. Dissentire con la voglia di pace. Con il bisogno di difendersi. Con la necessità di ragionare.
Proprio noi, gli occidentali. Abbiamo tutto, ma vogliamo perderlo. La libertà ci fa schifo. Il benessere economico è una porcheria. Le cure mediche sono una farsa. Basta con la modernità. Basta con questo fine Novecento che ci ha stancato.
Forse abbiamo bisogno di correre un vero e proprio rischio di estinzione. Forse rimpiangiamo le lacrime e il dolore di chi ci ha preceduto. Forse la storia non si studia più, o si studia male. Forse siamo tutti impazziti, me compreso che scrivo e non so perché.
So però che sono stato fortunato. Ho vissuto anni bellissimi, con tutte le contraddizioni e tutte le manchevolezze, ma anni che nella storia dell’uomo non c’erano mai stati.
Anni belli, e ricchi di speranza. Quella che è svanita, in poco più di un decennio, trasformando l’umanità in un’orda assatanata di folli, di meschini, di infelici, di sfortunati.
Io me la sono goduta. Voi, e il vostro futuro, vi vedo, e vi piango.
Siamo spacciati, in fondo. Voi, miei adorati giovani, di più.