E’ il momento in cui l’Italia si ferma, un po’ come quando gli Azzurri giocano ai Mondiali,(ferita aperta da troppo tempo) per concentrarsi esclusivamente sui contenuti del festival della musica popolare, e la narrazione portata avanti gira quasi esclusivamente attorno ai top e flop dell’Ariston.
Ma il festival è solo un grande palcoscenico musicale?
L’arte è sempre stata veicolo di denuncia e linguaggio della rivoluzione, e come ci ricorda Roberto Benigni, uno dei più alti mezzi espressivi per la difesa e concretizzazione dell’articolo 21 della nostra meravigliosa Costituzione, e di questo il festival, specialmente negli ultimi anni, se ne è fatto portavoce, tra critiche, polemiche ed esibizioni di successo, che sia attraverso i testi, i monologhi o le azioni.
Il problema e la domanda che ci poniamo è: “ma finisce tutto lì”?
Purtroppo la percezione è di una denuncia estremamente superficiale che nasce e muore tra le mura dell’Ariston, e alla fine della settimana si ritorna alla quotidianità riprendendo il consueto dibattito di piazza, attaccato ai temi del giorno, e aspettiamo l’edizione successiva per ridere o contestare i prossimi flop, o unirci ai messaggi solidali con un click, pensando basti a renderci partecipi al flusso del cambiamento.
Il festival si presta e si è prestato da sempre, a fare da filtro per la contestazione politica, e negli anni il palco si è riempito di messaggi di denuncia, dalla protesta di Troisi contro la censura, all’ingresso di Benigni su un cavallo, ai lavoratori di Pippo Baudo, ma qualcosa è cambiato ed è il riflesso del mutamento in materia di comunicazione a cui assistiamo giornalmente, dove la comunicazione si è ridotta ad un accenno superficiale e di scarso contenuto, l’invettiva è un mezzo efficace per acquisire visibilità, i temi cavalcano l’onda della targettizzazione della piazza, il tutto accompagnato da una perdita di eleganza e buon costume.
Fa riflettere come combacino le narrazioni della Rai e quella proliferata sui social, restituendo ai lettori un grande spettacolo ai limiti del grottesco, dove, come ormai abitudine, l’abuso dell’articolo 21 ne è protagonista, e viene dimenticato qual è il limite tra la manifestazione di pensiero e l’insulto personale, in una platea di protagonisti poco predisposti al dialogo e il confronto, polarizzati tra il consenso e il dissenso, con una grande emarginazione di chi vorrebbe porsi al centro, e della vera protagonista che dovrebbe essere la musica.
Il riassunto è di un’Italia che “posta per non stare con se stessa”, metaforizzando le strofe del brano di Colapesce e Di Martino, un paese spaventato, timoroso del mettersi in discussione, e che probabilmente nei temi che tanto rincorre, non ci crede abbastanza, ma si accontenta di futili simboli e una manciata di share, illuso che questo basti a cambiare la realtà.
E' un po’ triste la strumentalizzazione che viene fatta dell’articolo 21, la cui sostanza si è persa, l’interpretazione è un pretesto per assaggiare un po’ di anarchia, che sul palco dell’Ariston acquisisce un potere comunicativo di rilievo. Probabilmente mostrarsi nudi, non è così facile come vorremmo far apparire, e che si tratti di arte o dibattito, lo specchio è un po’ sporco, e a noi, società fluida, va bene così.
Sabato il festival finirà, e riprenderemo la nostra routine, tra un politico spiattellato su un meme e un disastro mondiale in più da cui vorremmo distorcere l’attenzione, ma per stasera ci basta accomodarci sul divano a ridere o indignarci della fotografia della società attuale, ascoltando un po’ di “musica leggera” perché abbiamo “bisogno di niente”.