E’ bene parlare di loro, dei nostri emigrati, in un momento in cui si parla solo di migranti che è sempre peraltro doveroso ricordare dalle nostre parti dopo la immane tragedia di Steccato di Cutro a febbraio.
Emigrato e’ non solo l’operaio o il muratore che e’ dovuto scappare a Roma, Torino o Milano per sfuggire alla fame e alla disperazione. E’ emigrato anche chi ha fatto, in varie dimensioni, fortuna altrove o l’impiegato e il professionista che torna una volta l’anno in paese e che viene festeggiato, trova gli amici di un tempo, i familiari ancora in vita; passa una serata al bar, riassapora vecchi odori, cerca disperatamente di trasmetterli a figli e nipoti. Sente, insomma, la struggente nostalgia di un attaccamento alle radici dalle quali non sa e non vuole privarsi.
L’emigrazione - questa la verità- ha distrutto questa nostra regione e nessuno tra i nuovi pensatori che hanno financo sancito la scomparsa della questione meridionale potra’ mai dire che e’ stata una risorsa. Ne’ le tante intelligenze che fanno onore alla Calabria fuori dalla Calabria modificano il quadro d’assieme.
L’emigrazione forzata ha anzi impoverito un gia’ precario tessuto di convivenza e di socialita’, ha logorato i rapporti i rapporti sociali ed ecomonici ed ha anche finito con l’indirizzare – a volte persino in maniera inconsapevole – l’industria turistica, nella maniera un po’ balorda ed arruffona che ritroviamo in varie parti della Calabria, come abbiamo scritto su questo giornale nei giorni scorsi.
E’ bello girare in queste sere agostane nei paesini della Locride, del Tirreno o della Sila: ci sono le bandiere che salutano e ricordano chi se n’e’ andato e che anche quest’anno nonostante tutto e’ tornato. Negli orribili saloni di ristoranti improvvisati in spazi enormi in disuso si preparano matrimoni megagallattici con centinaia di invitati; lunghissimi cortei di auto segnalano agli ‘’altri’’ che il compare o il nipote e’ tornato e si e’ sposato ed ha atteso questi giorni d’agosto per farlo, per non fare mancare all’appuntamento l’emigrato. Il quale, ovviamente, cosi’ non viene chiamato o non si chiama, ma tale resta.
Di piu’ la Calabria a questi suoi figli che sono stati costretti ad andare via non riesce a dare e a trasmettere. Anzi: chi se n’e’ andato e’ sempre piu’ insofferente, non capisce le file alle Poste (quando sono aperti, a Sant’andrea Jonio dove trascorro molto tempo ormai è stato chiuso per oltre due mesi e riaperto il primo agosto ) per fare pagare la pensione al vecchio padre; l’orribile burocrazia o le strade intasate di auto e i negozi sforniti.
Parlano (e forse pensano) come i turisti veri venuti dal nord, ne hanno assimilato (o meglio: cercando di farlo) non solo il dialetto ma anche i modi di pensare. Sono disabituati alla confusione della Calabria, ai tratti di disorganizzazione, alle tante cose che non vanno da queste parti. ‘’Possibile – e’ la frase che piu’ di sente ripetere in questi giorni – che in 30 anni non e’ cambiato nulla?’’.
No, carissimi calabresi che qui non vivete se non un paio di settimane l’anno: la Calabria non e’ la stessa che avete lasciato. Sono gli stessi e forse pure peggiorati i racconti della nostra bella Calabria ma qui si tenta faticosamente di cambiare, di innescare una nuova mentalita’, un nuovo modo di pensare, di stare assieme. Ma non e’ facile. Ci mancano però anche le vostre forze, le vostre intelligenze, dei tanti e dei troppi costretti a lasciare casa per andarsene al nord o all’estero.
Ci mancano le voci di questa umanita’ dispersa. Oggi dalla Calabria e’ ripresa la fuga anche se molti non vogliono andare via, a costo di non sapere come sbarcare il lunario. E’ un bene o un male? Un bene sicuramente, che mostra un atteggiamento mutato, che non basta pero’ a segnare una chiara inversione di tendenza ma che forse puo’ bloccare quella terribile diaspora, quella ferita che rivive in questi giorni nel rito del ritorno e poi della nuova dipartita.
Il Ferragosto e’ davvero, dunque, la festa loro, di chi torna e poi riparte. E’ la festa vera di noi calabresi.