in forma di diario di viaggio compiuto a ritroso dall’autore in una Napoli dei ricordi, alla
ricerca dei motivi di un fatto inquietante ed enigmatico. Il suicidio di Francesca,
affascinante e fragile giornalista dell’Unità e attivista comunista, che si tolse la vita il
Venerdì Santo del 1961.
Il viaggio del grande scrittore alla ricerca delle ragioni non chiarite di una tragica storia
personale si trasforma ben presto in un lucido affresco politico di una città lacerata dalla
guerra fredda, con un PCI arroccato su posizioni staliniste e dall’altra parte gli americani
veri padroni della situazione e del porto. Ma la storia si dipana più a fondo prima della
Liberazione, quando crescono i fermenti di una gioventù, che esprime grandi tensioni
sociali, intellettuali e politiche. Paradossalmente all’interno del GUF, il Gruppo
Universitario Fascista, “ che pretendendo di selezionare e di associare i giovani di
maggiore talento per egemonizzarli e forse anche per controllarli, aveva finito per
trasformarsi in uno strumento di organizzazione del dissenso al regime” e in cui si
ritrovano figure di grande rilevanza, che diventeranno riferimento della stagione
dell’antifascismo: Raffaele La Capria, Luigi Compagnone, Antonio Ghirelli... E Giorgio
Napolitano.
In quella stagione, il giovane Napolitano, figlio di un avvocato “di grande nome”, ma che
nei suoi scritti “ si dicevano cose di un anticomunismo efferato” , esprimeva sopratutto la
sua grande passione per il teatro e partecipa ad uno spettacolo della compagnia
“sperimentale” del GUF, che si esibiva “ addirittura al Mercadante, teatro annoverato da
sempre tra i gioielli architettonici e mondani di Napoli”.
Ma è nella politica e nella cultura che il giovane Napolitano esprime al meglio i suoi talenti.
Nella Napoli liberata è tra gli animatori del Partito Comunista di Togliatti, nella fase di totale
adesione al modello sovietico e allo stalinismo, ma ben presto aperto alla ricerca di un
percorso originale per la conquista del potere da parte del proletariato. E’ la “via italiana al
socialismo” propugnata da Togliatti e che nel mezzogiorno trova in Giorgio Amendola,
Gerardo Chiaromonte e Giorgio Napolitano i più lucidi interpreti. Ma la vita di partito a
Napoli è agitata da grandi tensioni sopratutto da parte di un’area di giovani intellettuali
cresciuti nelle aule dell’Università, che rimproverano a quel gruppo dirigente di aver fatto
arretrare la lotta per l’emancipazione dei più deboli nel Mezzogiorno. A sferrare l’affondo
senza riserve nell’ottavo Congresso del PCI del novembre 1956 è il giovane Renzo
Lapiccirella, proprio il compagno della sventurata Francesca, che interroga i congressisti:
”Si può dire che a Napoli sia stato effettivamente sviluppato quel ‘partito di tipo nuovo’-
aperto, democratico, indipendente rispetto a esperienze altrui, a modelli politici altrui- così
come fu ipotizzato da Palmiro Togliatti nel suo famoso discorso al teatro Modernissimo nel
1944? O, piuttosto, come io penso, i dirigenti comunisti meridionali, prigionieri delle proprie
nostalgie, hanno continuato a pensare in termini di trasposizione meccanica dei modelli
della rivoluzione sovietica nella nostra realtà con la conseguenza di dar corpo ad
un’insopportabile doppiezza ideologica e a metodi di direzione politica chiusi, sospettosi,
autoritari e ostili a ogni libertà di dibattito ? “.
A questa dura requisitoria, che sintetizza l’anima della questione comunista fino alla
Caduta del Muro di Berlino, è chiamato a rispondere Giorgio Napolitano, delfino di Giorgio
Amendola, dominus della maggioranza che governa il partito:
“ Nelle parole di Renzo Lapiccirella è ravvisabile un pericolo: quello di giungere alla
conclusione che dal ’44 in poi a Napoli e nel Sud intero non si sia proceduto avanti sulla
via italiana al socialismo. Ciò è falso. Anzi, molti sono stati i successi e grande è stato
il cammino percorso in quella direzione”. Si chiude così il dibattito sulle parole senza
replica di Napolitano. Ma anche le speranze di creare democraticamente il Partito Nuovo.
E’ il tempo delle grandi disillusioni in una Napoli in cui matura anche il dramma di un
grande personaggio come il Prof. Renato Caccioppoli, giovane matematico di fama
mondiale, che si tolse la vita l’8 maggio 1959, molto vicino alla vita del PCI e deluso
dall’abbandono della moglie, Sara Mancuso, che andò a vivere con Mario Alicata.
Napolitano è anche un raffinato intellettuale e dedica il suo massimo impegno alla causa
del Mezzogiorno. Dal 14 gennaio 1954 è tra gli animatori del prestigioso mensile
“Cronache Meridionali” diretto da Giorgio Amendola, Francesco De Martino e Mario
Alicata, che diventa ben presto il punto di riferimento di un nuovo meridionalismo
finalmente protagonista del suo futuro.
Ma nel 1956 Giorgio Napolitano è ancora fortemente legato al modello sovietico e plaude
orgogliosamente all’avanzare dei carri armati per le strade di Budapest in Ungheria. In
seguito non ebbe remore a riconoscere che si trattò di un tragico errore.
Il resto della vita di Giorgio Napolitano è la storia di tanti successi e primati personali.
Ma anche di tante dolorose sconfitte politiche.
Parlamentare dal 1953, Presidente della Camera, primo Ministro degli Interni comunista,
primo comunista Presidente della repubblica e per la prima volta rieletto al secondo
mandato, primo comunista ufficialmente invitato negli Stati Uniti. Abile tessitore di scuola
leninista di strategie politiche, inventore e costruttore della figura di Mario Monti, Senatore
a vita prima e Presidente del Consiglio a seguito delle dimissioni “consigliate” a Silvio
Berlusconi nel 2011, aprendo la strada a mille congetture complottiste. Successivamente
artefice della nomina di Enrico Letta e Matteo Renzi a Palazzo Chigi. Profondo assertore
della democrazia parlamentare dovette assistere dal 2013 alla valanga populista del M5S
e alla deriva dell’antipolitica. Convinto assertore della riforma della seconda parte della
Costituzione, non riuscì a vederla attuata dai vari parlamenti succeduti durante i suoi
mandati presidenziali. Così come il suo meridionalismo non trovò forti segnali di
cambiamento nell’azione dei vari Governi. Ma forse la sua più significativa sconfitta
dovette registrarla proprio all’interno del suo Partito del quale non fu mai scelto come
Segretario, dopo Togliatti e dopo Berlinguer.
Oggi però la sua Figura di politico e di statista gode giustamente della santificazione laica.
Con Giorgio Napolitano scompare il Signore assoluto delle Istituzioni, l’ultimo Re di Napoli.
Un uomo del 900, che ha dominato con la sua intelligenza il primo ventennio del Terzo
Millennio.
Mentre rimane senza risposte “Mistero napoletano”, il capolavoro di Ermanno Rea.
Marcello Furriolo