Stella e Rizzo: il Sud è morto, eppure no

Stella e Rizzo: il Sud è morto, eppure no

stellaerizzo

di MARIA FRANCO - Sono al 25% del nuovo libro di Stella e Rizzo. Ho letto troppo poco per una valutazione complessiva, ma più che abbastanza per dire del sentimento che accompagna tale lettura. Soprattutto, di una diversità.

Ai tempi de La casta (2007 e sembra passato un secolo), ho – anche – riso molto. Perché quella denuncia pareva contenere in sé le potenzialità della satira più alta:

castigat ridendo mores, come dicevano i latini, o, ancora, una risata vi seppellirà. Insomma, chi leggeva poteva farsi l’idea – ingenua – che, una volta spiattellate dovunque alcune assurdità della politica e dintorni, ci saremmo più facilmente scrollati di dosso pastoie e intrighi di malaffare, corruzione, modalità inaccettabili di affrontare la cosa pubblica.

La lettura di Se muore il Sud – questa carrellata di assurdità (niente di nuovo, tutte cose ben risapute) con cui è stata intessuta la nostra storia dal secondo dopoguerra in poi, i grani del rosario del nostro mancato sviluppo – non fa ridere. Mai. C’è il senso dell’abisso in cui siamo: un urlo di dolore, un richiamo di responsabilità, come un’esigenza di affrontarle ad occhi spalancati – tutte – le macerie, economiche, sociali, culturali, accumulate ben sopra la nostra testa.

Il kindle non dà il numero di pagine e rende fastidioso quel piacere del cartaceo che consiste nello sbirciare, mentre si è ancora all’inizio, nelle pagine finali per leggere in anticipo quale sia il messaggio finale d’un libro.

Per ora, la mia sensazione è che il "Se" è titolo sia, in realtà, il massimo della speranza possibile: perché, di fatto, il "Sud è morto". Ma è un morto che contiene in sé, ancora, un potenziale enorme di vita. Che, se i meridionali si dessero una mossa, se tutta l’Italia lo volesse, potrebbe ricominciare a fluire.