Il pane di Franco - storia di un emigrante in Australia

Il pane di Franco - storia di un emigrante in Australia

lamarconi

di DOMENICO FORGIONE - Ho letto il mio nome sopra una torta mentre la “Marconi” era a due giorni dall’Australia. Compivo ventidue anni e il destino mi stava consegnando a un continente del quale conoscevo a malapena il nome.

Quanti paisani ci sarebbero stati ad attendere la nave al porto? Potevo contare sugli amici: anche io avrei avuto un lavoro e sarei diventato padrone della mia vita, dopo essere stato apprendista calzolaio, sarto, barbiere, pittore, muratore.

Più maschiate che soldi nella prigione senza tempo dell’Aspromonte. Una fuga di un mese per evadere dalla miseria, mia e di chi mi stava attorno.

Franco viveva con dieci fratelli in una baracca del dopo terremoto spoglia come un ciliegio in inverno. Uno spettacolo deprimente.

E sì che ero abituato, allenato com’ero con la mia, una specie di cuccia per uomini e cimici che si contendevano quel poco spazio. Una stanza per nove corpi che in inverno si incastravano dentro due letti per riscaldarsi e d’estate schiattavano sotto le lamiere roventi. L’acqua prelevata dalla fontana pubblica, la luce fioca della lampada ad olio, un fusto alimentato dalla segatura per fornello. Quasi tutti i giorni, una pentola di patate messa a bollire per mantenere il morale a un livello accettabile. Stava là – come un centrotavola – e dentro vi pescavamo a turno, facendo attenzione a non infilzare qualche mano.

Da Franco, invece, la tavola faceva scurare il cuore. Poche sedie e una nidiata di bimbi ai quali toccavano, tutti i santi giorni, pane e olive. O pane e odore di formaggio, lasciato sulla mollica dalla scaglia sfregata sopra per essere riutilizzata l’indomani. Per il pane provvedeva Franco, con la mia complicità. A dodici anni lavoravamo in un forno e quel ben di Dio era una tentazione alla quale non potevamo e non volevamo resistere.

Intuivo ciò che anni dopo Faber avrebbe cantato con parole impregnate della compassione di un Dio: “ci hanno insegnato la meraviglia/ verso la gente che ruba il pane/ ora sappiamo che è un delitto/ il non rubare quando si ha fame”.

“Mastro, esco per fare pipì”, la scusa di ogni notte. Dietro l’angolo, due ruote di pane (una per me, una per lui) che riuscivo sempre a nascondere, non appena il principale si distraeva un attimo. Dal forno alla baracca, duecento metri che Franco percorreva a perdifiato, la refurtiva stretta al corpo come un pallone da rugby e il cuore in gola.

Anche una baracca è fatta per tornarci. E io sono tornato, dopo avere mandato giù sale e volti per le strade del mondo. La baracca non c’è più, è il luogo in cui lo spirito ritrova se stesso quando la fragranza del pane risveglia il ricordo di Franco che corre come un ladro. Quando ladro non era.