Virzì e Frears: quando il cinema si fa grande

Virzì e Frears: quando il cinema si fa grande

ilcapitaleumano

di IDA NUCERA

Segno della crisi che sta seppellendo ogni segno di civiltà e di cultura è la reattività negativa del singolo e della collettività di fronte a quei pochi, ma per fortuna, ancora esistenti segni di resistenza intellettuale proposta attraverso libri, dibattiti, articoli e grazie al teatro e al cinema. Prendiamo come esempio quest’ultimo per analizzare  lo spettatore da un punto di vista antropologico.

In città, è rimasta ancora la consolazione di andare al cinema, chi può permetterselo e quando i film interessanti arrivano, visto che nel periodo natalizio è rimasto blindato il cine-panettone che tanto tira e già questo la dice lunga in fatto di domanda-offerta. A fine feste, finalmente due magnifici film in programmazione, molto diversi per contenuto, ma espressione del grande cinema. Philomena di Frears  e Il capitale umano di Virzì. 

Il primo film, in estrema sintesi, è un capolavoro di espressività, una vicenda dolente narrata dal volto segnato e dall’intensità dello sguardo di una splendida Judi Dench. C’è un frammento che racchiude tutta l’umanità del personaggio alla ricerca di un figlio strappatole ancora ragazza nel convento irlandese, dove le suore, non brillavano per misericordia e carità. La donna, semplicemente perdonando, dona una magistrale lezione di carità sia alla monaca giudice crudele che ha negato a madre e figlio di incontrarsi, sia al giornalista che l’accompagna, che da laico rimane incredulo che a tanto male si possa rispondere senza odio nè risentimento. I soprusi e le violenze subite da giovani, pedofilia inclusa, per mano di carnefici con tonaca e velo, sono ormai di pubblico dominio, eppure, prima della sua uscita, il film di Frears non è stato accolto positivamente da un certo mondo cattolico, ancora abituato a nascondere le magagne, nonostante Bergoglio.

Su un altro fronte, Virzì ha osato toccare la Baviera d’Italia, raccontando la miseria umana di padri che giocano in borsa, corrotti dall’idolatria per il potere e il danaro, di mogli annoiate e dei loro figli, persi in girandole più grandi di loro, ma alla fine, anni luce più puliti e migliori dei primi. Prese di posizione, proteste, “non siamo così”, come risuonano simili ad altre, in altri luoghi d’Italia. Basta ricordare Gomorra e come è stato trattato Saviano, basta scendere più giù e senza scomodare il cinema, che è solo un paradigma, guardandoci attorno, ecco i tanti indignati per una città in cui si è sospesa la democrazia, a causa di un’amministrazione dagli amplessi mafiosi. Oppure, ancora più su, in Piemonte, dove i sostenitori leghisti sono pronti alla sommossa per un governatore, già con imbarazzanti intrallazzi, dopo l’annullamento del Tar (non è mai troppo tardi!) delle elezioni regionali del 2010.

 

Da Nord a Sud, questo è il paese delle verità stravolte e stuprate.

 

Chi vuole luce e chiarezza sulle cose non ama la propria terra , chi nasconde lo sporco sotto il tappeto della Storia, continua a dettar legge, a spedire lontano dai piedi chi dà fastidioo fa il suo dovere, a sospendere la vera democrazia. Sono tutti uguali, nei palazzi del Potere, qualunque esso sia, clerico-statale, a respingere con indignazione le assurdità che qualche guitto, qualche scribacchino, va raccontando alla gente. La cultura è pericolosa, può svegliare le coscienze, formare i giovani, creare scontento.

Abbiamo ancora occhi per discernere che, per fortuna, nella Chiesa ci sono autentici cristiani e nel Paese, gente che vorrebbe ri-costruire sulle le macerie di una guerra senza armi, ma che ha massacrato almeno due generazioni di giovani. Non sappiamo ancora per quanto gli occhi resteranno aperti o prevarrà il sonno della ragione, la depressione e il bisogno di drogarci con le illusioni e le fiction.

Intanto, in questi giorni, dopo aver digerito il cine-polpettone natalizio, quando si esce dal cinema serio, alla fatidica e inutile domanda: “Com’era il film?”. Molti rispondono: “Pesante!”.