
di MARIA FRANCO -
Era bello Cocò. E, a giudicare dalle foto, era anche felice. Tutto ciò che di male era riuscito a vedere nei suoi tre anni di vita non ne avevano intaccato la luce degli occhi, il sorriso, la voglia di ridere, di giocare, di vivere.
E’ morto, Cocò. Anzi, l’hanno ucciso. E con una crudeltà che ha fatto scrivere a Mimmo Gangemi: “non mi sento d’impedire al pensiero che mi sorge dall’animo di diventare parole: i colpevoli di quest’atroce crimine di Cassano marciscano in galera e si butti via la chiave” e a Claudio Magris: “per fortuna il Signore che accarezza i bambini è anche quello che ha sterminato con una lava di fuoco Sodoma e Gomorra. Talvolta viene da sperare che l'inferno davvero esista e sia eterno”.
Quasi un unico urlo, questo di due autori così diversi, mediterraneo il primo, mitteleuropeo il secondo, che esprime la comune, profonda, viscerale esigenza di confinare il male in uno spazio in cui non possa più contaminare almeno gli innocenti per definizione, i bambini.
Aggiunge, giustamente, Magris: «Non perdiamo troppo tempo a parlare degli assassini, secondaria manovalanza del massacro. Protagonisti sono le vittime e specialmente Nicola. E morto a tre anni e la sua morte grida vendetta più del sangue di Abele, ma non è giusto pensare solo alla vita che non ha avuto. Anche la sua esistenza, come dice una pagina memorabile di Stefano Jacomuzzi a proposito di un bambino morto per malattia, è stata “piena di fatti, di parole, di sentimenti, voglie, grida, risa, pianto, corse, gioconde ghiottonerie, interrogazioni, stupori”. In quei suoi tre anni Nicola probabilmente ha vissuto più dei suoi automi assassini. E soprattutto lui che conta in questa storia».
Ma se la vita di Cocò è stata ricca di tutta quella serie di emozioni così efficacemente descritte da Jacomuzzi e riportate da Magris, ha avuto anche quei vuoti, quelle solitudini, quegli strappi, quei terremoti dell’anima che ogni bambino che ha padri e madri in galera si ritrova a vivere. E ha subito molti (fin troppi) dei nostri (del nostro Paese) limiti e incapacità.
A volerlo onorare, oggi, Cocò, a voler far sopravvivere quel luccichio di vita che aveva negli occhi, bisognerebbe provare a farsi carico, con serietà e con umanità, del fatto che ci sono tanti bambini che crescono con almeno un genitore e/o un familiare in carcere.