La Lettera: Basta con le favole insaguinate, come quella del mio bambino

La Lettera: Basta con le favole insaguinate, come quella del mio bambino

gurnari

di STEFANIA GURNARI*

Mi presento, sono Stefania Gurnari. La mia famiglia è composta oltre a me da mio marito Carmelo Laganà e dai nostri tre meravigliosi figli, Francesco di 14 anni, Antonino di 9 e infine Benedetta di 7 anni. La mia battaglia comincia il 6 giugno del 2008: quel giorno mio figlio Antonino di appena tre anni veniva colpito da un proiettile vagante in piena bocca. In quel momento passava di lì un pregiudicato, tale  Francesco Borrello che si stava recando verso la sua abitazione; che qualche anno prima aveva ucciso due ragazzi poco più ventenni. Quel 6 giugno era stato deciso che quell’uomo doveva morire, che doveva pagare con la propria vita l’uccisione dei due ragazzi. Un altro tentativo di morte era fallito a gennaio dello stesso anno e un altro nell’ottobre del 2012.

Tornando alla mia storia, il killer che ancora oggi è sconosciuto, non si è curato del via vai di persone che quel giorno era venuta ad assistere alla recita dei propri bambini. Questa recita si svolgeva sul lungomare di Melito Porto Salvo ed era intitolata “Il mondo delle favole” ma non fu così. In scena andò “come si consuma una vendetta in terra di ‘ndrangheta”. Mi spiego meglio, è per dare un titolo degno di questa mentalità “occhio per occhio… dente per dente”. E chi se ne frega se quel giorno, un fine settimana di inizio estate, chi passeggiava e i bambini con una bella festa salutavano l’anno scolastico appena trascorso.

Il killer spara a Borrello nelle gambe, per azzopparlo e dunque intimidirlo, per poi ucciderlo, ma un proiettile vagante finisce in bocca di Antonino. Nel frattempo il killer viene messo in fuga dal Borrello stesso, che lanciando la sua bicicletta gli fa cadere la pistola a terra, non potendola recuperare la lascia e scappa via. Tutto questo si svolge in brevissimo tempo e quando mi accorgo che non sono mortaretti ma colpi di pistola cercai di raccogliere i miei figli in un abbraccio prottettivo, ma la testa di Antonino era supina sul mio braccio: lo scuoto come per dire andiamo via, andiamo a casa. Mi accorgo che la mia mano era  sporca di sangue, lo tiro su e vi lascio immaginare il suo viso, i suoi occhi per non dire delle sue urla strazianti nel gridarmi solo per pochi minuti “mamma, mamma aiuto”. Poi solo un lamento, che mi tormenta ancora giorno e notte.

E che dire della disperazione di Francesco otto anni all’epoca dei fatti che urlando diceva “mamma ma Antonino muore, come facciamo se Antonino muore”. Le sue piccole manine sorreggevano la testa di Antonino mentre a bordo di una macchina raggiungevamo il vicinissimo pronto soccorso. Il primo soccorso poi il trasferimento verso gli ospedali riuniti di Reggio Calabria dove viene sottoposto ad un intervento chirurgico d’urgenza per levargli i frammenti di proiettili conficcati nella bocca ma sopratutto per ricucirgli la lingua e la gola tagliati dalla furia violenta di questo proiettile. Condizioni gravissime dicevano.

La mattina dell’otto giugno le condizioni di Antonino peggiorano a causa di un’ischemia celebrale, da qui il trasferimento all’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma. Ore ed ore d’intervento ben riuscito ma condizioni gravissime e quindi prognosi riservata. Il risveglio dal coma farmacologico è avvenuto dopo qualche giorno non riusciva a parlare ma mi ha fatto capire che voleva che gli tenessi i piedini fra le mani come facevamo a casa e ancora i suoi occhi mi dicevano perche sono qui? Un lunghissimo ricovero fatto di tanti e tanti ostacoli, io dedicata completamente a lui notte e giorno senza lasciarlo mai. E mi domandavo ma tutto questo perche? Per chi?

Mio marito mi è stato sempre vicino nonostante dovesse accudire Benedetta all’epoca 18 mesi e Francesco che di quel giorno ricorda tutto. La nostra vita si svolgeva tra casa  che ci e stata messa a disposizione dall’Amministrazione Penitenziaria in quanto mio marito è un Agente della Polizia Penitenziaria e l’ospedale, la sala d’attesa era diventato il nostro salottino dove ci scambiavamo coccole, abbracci, carezze  e ascoltavamo i primi discorsi di Benedetta che ci facevano ridere anche un po’.

Oggi la cure di Antonino continuano, vanno avanti nonostante siano trascorsi 5 anni da quel giorno, ancora  con frammenti di proiettili nell’arcata mandibolare ma sopratutto con un frammento di proiettile nella carotide con conseguente lesione e non oso domandare ai dottori   se questo frammento di proiettile si sposta o dovesse incominciare a dare fastidio? Antonino oggi frequenta la  terza elementare a Melito P.S , è seguito a scuola da un insegnante di sostegno bravissima che gli vuole un bene dell’anima, a causa dell’ischemia ha riportato danni neurologici (scarsa attenzione scarsa concentrazione) e un emiparesi sinistra più accentuata alla mano e per questo e seguito anche in centro di riabiliazione. I mandanti materiali del tentato omicidio di Francesco Borrello e del ferimento di Antonino sono stati condannati in via definitiva a 18 anni di carcere il 18 aprile 2013 e nonostante la costituzione di parte civile da parte nostra non siamo stati risarciti da nessuno. Neppure dallo Stato stesso, non riconoscendo Antonino vittima.

Ma tutto questo per dire che oggi è un pugno allo stomaco ascoltare la storia del piccolo Cocò vittima innocente di una guerra senza e se e senza ma  si deve morire e basta. Figlio di un destino che non ha potuto scegliere, figlio di una cultura che non ha scelto ma subito, tre anni la stessa eta di Antonino, piccolo Cocò ma ha tenerti tra le braccia non c’era la tua mamma come con Antonino e chissà se i tuoi occhi perché solo con quelli potevi implorarli di risparmiarti ad una vita già difficile da sé. I rilievi scientifici ancora non hanno accertato se sono stati prima ammazzati e poi bruciati oppure arsi ancora semicoscienti. Dio mio ma come si può solo pensare di sparare ad un  bimbo, non siete uomini altrimenti davanti all’innocenza di Cocò che  non aveva ne arte ne parte in questo contesto criminale di assoluta ignoranza e subcultura mafiosa lo avreste risparmiato preso e lasciato davanti ad una chiesa un ospedale un modo lo avreste trovato voi che non lasciate nulla al caso. Guardo e riguardo quelle foto davanti all’albero di Natale con quegli occhi dolcissimi quel sorriso come per dire ma chi mi può fare del male a me!!!!!!!

Oggi chi ha fatto tutto questo starà ascoltando telegiornali leggendo (me lo auguro) i quotidiani gli dico di pentirsi di quello che hanno fatto  e come diceva Giovanni Paolo secondo “prima o poi verrà il giudizio di Dio” e a quello nessuno di noi potrà sfuggire. Ma adesso io voglio rivolgere delle domande a chi di competenza: si poteva evitare tutto questo? Se si come? Ma quale giudice ha mai potuto affidare un bambino ad un nonno già condannato per reati di droga, violenza sessuale e sequestro di persona. E adesso che ci è scappato pure il morto, tra l’altro  un bambino, di chi è la responsabilità del nonno pregiudicato o del bambino che non poteva scegliere di meglio?

Ma ancora se questo Stato a cui io appartengo e che faccio ogni giorno sempre più fatica a comprendere come vuole combattere questa piaga in questo territorio già martoriato da inadempienze politiche gravissime? Propongo una riflessione a tutti e a chi di competenza che si cominci a pensare ad una legge con la quale si tutelino i minori perché i figli non possono pagare le scelte dei padri, io propongo che venga tolta la patria potestà a questi genitori  che di certo non educheranno i propri figli al rispetto delle regole alla sacralità della vita, ma bensì li educheranno all’odio, alla vendetta e a macchiarsi di reati gravissimi per poter far parte  anche i figli come i padri dell’onorata società.

Ci faccia riflettere a tutti quanti la scelta che qualche anno fa fece una donna di ‘ndragheta Giuseppina Pesce, nelle motivazioni che l’hanno spinta a collaborare  con la giustizia   disse: voglio dare un futuro diverso ai miei figli, diverso da quello che ho avuto io, loro dovranno avere la possibilità di scegliere. Rimanendo in quella famiglia non avrebbero potuto mai scegliere l’avrebbero fatta i padri per i figli e così via per generazioni.

Il mio appello non può che essere rivolto al presidente del consiglio dei ministri on. Gianni Letta, al ministro dell’interno on. Angelino Alfano, al ministro della giustizia on. Annamaria Cancellieri e al presidente della commissione antimafia on. Rosy Bindi: vi prego ridate a questa terra dignità ed onorabilità. Da voi attendo fiduciosa una risposta. Non dimenticate che le mafie nel corso degli anni hanno prodotto una lista lunghissima di vittime innocenti, a cui tanti famigliari ancora oggi attendono verità e giustizia.

In Calabria c’è tanta gente onesta e laboriosa che ogni giorno si spende affinché questa terra non sia solo terra di ‘ndrangheta. A te piccolo grande  Cocò oggi tutti quanti noi, chi più chi meno, ci sentiamo un po’ responsabili della morte terribile, assurda, inaccettabile e ingiustificabile che qualche ignobile uomo d’onore ti ha fatto fare. Piccolo angelo riposa in pace.

 

*Madre di un bambino gravemente colpito in un regolamento di conti "in terra di 'ndrangheta"