Il Racconto: La notte del giovane Antonio

Il Racconto: La notte del giovane Antonio

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di MARIA FRANCO

L’aria era immota, ma dentro la testa come un turbine di vento lo scuoteva. Antonio si affacciò alla finestra, se si può chiamare affacciarsi poggiare il volto sul reticolo di metallo formato dalle sbarre.

Immaginò, in lontananza, le luci di una città che conosceva in ogni anfratto e di cui, pure, si avvertiva estraneo. Avvertì, nella testa, gli alberi alti e scuri sotto la finestra di casa sua e ne sentì il frusciare dei rami come se la tempesta ululasse. Non c’era il mare lì, ma poiché c’era un filo di luna nel cielo pensò che sull’acqua tremolasse una sola, sottile striscia d’argento.

La stanza era silenziosa. Il suo compagno dormiva, anche la testa sotto il lenzuolo, il respiro a tratti più forte, lui non riusciva a prendere sonno e se ne stava, squieto, alla finestra a far vedere ai suoi pensieri in tumulto che tutto fuori era calmo. Che a quella pace, i roditori la smettessero di mordergli l’anima.

Era stato felice quel giorno perché era uscito Giuseppe.

Non provava mai invidia per i compagni che tornavano liberi, anzi ogni volta era come se un fuoco di più profonda amicizia gli si accendesse dentro. Era al settimo cielo, Giuseppe, di tornare a casa e gli occhi gli splendevano come se avesse dentro un intero falò e pure lui s’era sentito così quando l’aveva abbracciato: “’A fra’, ti raccomando…”. Eppure non era tranquillo: che Giuseppe sarebbe tornato presto in carcere non aveva dubbi – a quell’ora, dopo una grande abbuffata di pesce in un ristorante sul mare, stava già sicuramente in giro, e già gli avevano fatto promesse, perché s’era ben comportato con alcune persone di rispetto e non aveva tradito un suo compagno più grande.

Di dubbi ne aveva tanti, invece, su che cosa avrebbe fatto lui stesso della propria vita.

Si sentiva confuso, alle prese con un rimescolamento di presente, passato e futuro che gli faceva l’effetto di un tornando nella mente. Era stato un cavallo con i paraocchi, sempre dritto senza guardarsi intorno, s’era organizzato una vita di strade storte e omertà. Ora, dopo qualche anno di carcere, un ritorno a scuola prima subìto e poi voluto e attività che non avrebbe mai pensato potessero piacergli, non riusciva a trovare nelle scelte del passato una motivazione valida anche per il futuro.

Era maturato, ma se rifletteva – e le notti non poteva che riflettere, ne passava alcune proprio bianche e si ritrovava al mattino con gli occhi un po’ lucidi e un leggero mal di testa e nascondeva gli uni e l’altro dietro un carattere socievole e una sincerità a tratti spiccia ma mai davvero rude – non gli sembrava d’essere cambiato.

Perché se al passato non riusciva a dare giustificazioni – lui era stato un bambino ben voluto e la sua famiglia non stava nei guai – l’idea di un futuro davvero diverso sembrava franare già nel pensiero al confronto con il suo bisogno di soldi facili e di vestiti firmati e con la possibilità di passarsi un po’ di sfizi. D’altra parte se provava ad affacciarsi con la mente al futuro, gli sembrava di essere chiuso dentro una stanza in cui, appena si schiudeva una porta, se chiudevano almeno quattro. Anzi, gli sbattevano in faccia facendolo sussultare e i due mondi – quello di prima e quello diverso da prima – gli crollavano addosso in contemporanea. Si sentiva spremuto in una centrifuga violenta e gli dolevano le tempie a sentirsi attraversare la testa da alcuni pensieri: vorrei cambiare vita, non vorrei cambiare vita, vorrei cambiare vita; non so lavorare; non so se resisto alle abitudini del mio quartiere, una volta che esco e alle tentazioni dei miei amici; vorrei regalarmi un futuro migliore, chissà.

Quasi sfinito fissò la luna. S’era alzato un filo di vento e piccole nuvole chiare la circondavano, diffondendo e, insieme, rendendo più pallida la luce che emanava.

Si disse che la notte era ancora lunga e che avrebbe dovuto riposare un po’. Chiuse le imposte e si ributtò sul letto, provando a chiudere gli occhi.

n.b il racconto è puramente immaginario; ogni eventuale riferimento è puramente casuale