
Mimmo Gangemi conosce bene il reggino, la sua stupefacente natura, le sue campagne. E ancor meglio conosce la sua gente e i suoi storici mali, quell’impasto complesso di arretratezza economica e di società bloccata, di vecchio che si ostina a permanere e di fin troppo moderno che si estende (come i rifiuti radioattivi seppelliti nelle sue campagne e nel suo mare) che ne blocca lo sviluppo.
Come ha rilevato Giancarlo De Cataldo nella bella recensione sul Corriere della sera dell’8 novembre 2009, è la Calabria “la vera protagonista de Il giudice meschino di Mimmo Gangemi: un apologo drammatico, a tratti sarcastico, mai scontato, avvincente”: un libro che si inserisce autorevolmente in quella tradizione che da Saverio Strati riporta a Corrado Alvaro.
L’uccisione di un suo amico, il coraggioso pubblico ministero Maremmi, provoca nel giudice Alberto Lenzi – uomo svogliato, pigro, donnaiolo, un matrimonio fallito e una paternità da riscoprire – uno scatto d’orgoglio che lo porterà ad assumersi l’onere di un’inchiesta difficile, con esiti imprevedibili, ma ad altissimo rischio personale. Lo aiuterà, per ottenere la libertà dopo decenni di carcere e confermare il suo potere – “finché sono papa, papijo” – un vecchio capobastone, Mico Rota, che parla per parabole e sa bene che, come esistono funzionari integerrimi e funzionari collusi, anche tra le ‘ndrine si svolge una guerra interna a colpi di tradimenti, delazioni e botte di lupara.
«Su questo spunto che richiama tematiche e ambientazioni care al noir italiano – scrive ancora De Cataldo – Gangemi impianta una poderosa, singolare e originalissima ‘commedia umana’. Le dramatis personae sono tre: la ‘ndrangheta, lo Stato, la gente. Le reciproche interazioni sono mirabilmente ricostruite e drammatizzate da una scrittura densa e nello stesso sincopata, assistita da una felice ritmica scandita dal ricorso sistematico a ellissi, cesure e improvvisi ‘a solo’ barocchi». E da un uso parco, ma preciso e di grande effetto del dialetto al servizio della delineazione di personaggi complessi, in particolare nei colloqui tra Lenzi e Rota.
“La spianata dell’infamia”, la materia scottante al centro dell’investigazione prima di Maremmi e poi di Lenzi, sottende la speranza che la triste realtà del presente non sia ineluttabile, che sia possibile ancora venirne fuori.
C’è un momento del libro che lo indica molto bene e che De Cataldo coglie perfettamente: «A un certo punto, il giudice Lenzi si concede un momento di relax davanti a un vecchio film, Sedotta e abbandonata di Pietro Germi. Pessima idea dal momento che “spense con stizza appena il padre: incivili…retrogradi…calabrisi offese, in un crescendo di rabbia, la folla siciliana che vociava a rinfacciargli le corna”. Reagisce, Lenzi, da calabrese alla triste nomea della sua terra e della sua gente. Sino a qualche giorno prima avrebbe liquidato la faccenda con un sorriso. Da quando si è sentito coinvolto, la sua coscienza si è risvegliata. E non è più disposto a tollerare. Ecco. Quando anche le altre coscienze si risveglieranno, quando tutti i calabresi per bene – che sono e restano la maggioranza – si sentiranno coinvolti, e non più disposti a tollerare, allora, e solo allora, per la ‘ndrangheta cominceranno a suonare le campane a morto».
La miniserie tratta da Il giudice meschino - il libro di Mimmo Gangemi pubblicato nel 2009 da Einaudi, di cui qui riproponiamo una delle recensioni già apparse su Zoomsud - andrà in onda sul primo canale della Rai lunedì 3 e martedì 4 marzo. E' stata girata a Reggio nella scorsa estate. La regia è di Carlo Carlei. Protagonista Luca Zingaretti.