di ENRICO COSTA
– Carlo Filosa (Martina Franca, TA 1943–Asti 2003), Esponente di spicco, fondatore e leader del movimento pittorico “I Mediterranei”, “La crocefissione”, 1982, Olio su tela, 120x160 cm, Collezione privata.
– Renato Guttuso (Bagheria 1911–Roma 1987), Maestro del realismo socialista italiano, “Crocifissione”, 1941, Olio su tela, 200x200 cm, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma.

Il ricordo del Maestro Carlo Filosa è ben vivo a Reggio Calabria, dove fu Docente e poi Preside del Liceo Artistico, prima di essere chiamato a Milano a insegnare e poi dirigere il Liceo Artistico di Brera. Un ricordo ulteriormente ravvivato nella primavera estate 2012 a Villa Zerbi dalla grande Mostra antologica di carattere internazionale “I Mediterranei”, il meglio dei sette Artisti, oltre a Carlo Filosa, Nino Attinà, Nuccio Bolignano, Nino Giulietti, Maurizio Martino, Beniamino Minnella, Nuccio Schepis, formati nel Liceo Artistico reggino “Mattia Preti”. Gli stessi che nel 1985, mentre imperversava la Transavanguardia, hanno creato e promosso “I Mediterranei”, movimento artistico di ispirazione cosmopolita più che localistica, proponendo iconografie, simboli e linguaggi “Post- Moderni”.
Si era formato al Liceo Artistico di Reggio Calabria, poi all’Accademia di Belle Arti di Roma sotto la direzione di Franco Gentilini. In quegli anni romani fu assiduo frequentatore dell’atelier di Renato Guttuso, relazionandosi alla sua “cerchia” di artisti e intellettuali romani, da Moravia a Elsa Morante, da Carlo Levi a Pasolini ed a Enzo Siciliano.
In questa Pasqua 2014 è stata per me illuminante osservare sul web l’immagine della “Passione-Filosa” diffusa dalla figlia carissima Elsa Filosa, professore di Italiano negli USA alla Vanderbilt University tuttora legatissima all’Italia e a Reggio Calabria, fissando nel mio immaginario iconografico due Grandi Passioni novecentesche. Quella di Filosa e quella di Guttuso, che mi ha sempre molto trascinato.
Questa “Crocifissione” di Carlo Filosa, si basa su una grande assenza, perché nel dipinto “manca” la croce. Questa assenza, tuttavia molto presente, infonde grande speranza, impressa nei volti di Gesù e del buon ladrone, mentre l’altro malfattore è alla disperazione. Le braccia alzate del Cristo, sarà per l’espressione tesa ma non sofferente del volto, sarà perché la dinamica ascendente del corpo, sollevato più che appeso, più vivo che morto, è accentuata dall’assenza sulla tela di quella croce fatale, sembrano protese non verso i chiodi della morte ma verso l’eternità del regno del Padre, facendo intuire una certezza: la ripresa della vita che sembra già nell’atto di risorgere.
La “Crocifissione” di Filosa mi dà un’impressione ugualmente forte, ma contraria, all’altra grande Crocifissione del ’900 italiano, quella dell’amato Guttuso. Osservandola provo sempre la sensazione di una rappresentazione senza speranza, come un forte pugno nello stomaco, fra i volti dei crocifissi che, tranne il presunto buon ladrone, si vedono e non si vedono, i cavalli scalpitanti i cui cavalieri hanno fretta che tutto sia concluso, e la disperazione della Maddalena che, nuda, si aggrappa inutilmente al corpo ormai inerte del Cristo. Forse inerte per sempre?