
di MARIA FRANCO
Per alcuni anni, dopo essermi trasferita in altra regione, mi ha fatto un gran piacere ospitare nuovi amici nella mia terra natale. Consapevole che avrebbero avuto giorni meno moderni, per alcuni aspetti più poveri di quelli che stavano vivendo nelle loro (grandi) città. E, nello stesso tempo, sicura che la bellezza della natura, combinata con l’ospitalità tradizionale dei miei compaesani, con una cucina semplice e saporosa, con alcuni resti del passato belli più di diamanti, avrebbero riempito i loro sguardi di stupore.
Col passare del tempo, ho cominciato ad evitare gli inviti. Perché la costa sfregiata, l’armonia delle campagne straziata da scheletri di costruzione e da un’agricoltura sempre più scarna, la sporcizia sparsa sulle spiagge e nel mare, l’involgarimento di una bellezza che era stata magia di fate erano strappi al cuore che non mi sentivo di offrire ad uno sguardo meno familiare del mio. Come di una macchia su una madre o su un figlio, che si prova a nascondere almeno agli altri, se non si può farlo a se stessi.
C’è una parte della bellezza calabrese che tra gli anni settanta del Novecento e il primo decennio del Duemila se n’è andata per sempre.
Ce n'è ancora tanta – la luce particolare dello Jonio e del Tirreno, certi squarci di colori che rendono le colline tavolozze di Monet, l’aria che sa di zagara lì dove la spazzatura miracolosamente non l’appesta, la struggente perfezione di certi tratti di montagna e di collina, l’odore intenso delle frittelle di pomodori secchi sulla cui scia sto scrivendo questa nota, la cortesia dei tanti che mantengono il senso antico del “favorite” (condivisione non solo della tavola) – che sarebbe un delitto imperdonabile non difendere. Con le unghie e con i denti.
Sarebbe ora che dall’ “ormai”, si passasse all’ “ancora”. Nonostante tutto.