di PASQUALINO PLACANICA -
In mezzo allo spiazzo, dove ho giocato decine di volte a palla con bambini appena conosciuti, c’è un uomo che suona la batteria. Magro, capelli lunghi pettinati all’indietro, carnagione scura. Un ritmo semplice, meraviglioso; le bacchette sembrano un prolungamento delle braccia. È allegro, sembra soddisfatto. Ci sediamo su una panchina ad ascoltare, Giulia lo guarda sorridendo. Anch’io, più che ascoltare provo piacere a guardarlo. Ci ha visti, sorride, ho l’impressione si conoscano già, lui e Giulia. Un cenno di assenso, mi invita ad avvicinarmi; non attendevo altro, voglio conoscerlo, voglio sapere. Mi avvicino, Giulia rimane seduta, mentre il batterista smette di suonare.
- Siete una bella coppia. State bene insieme.- L’estetica è importante, sicuramente, ma per fare una coppia ci vuole ben altro.
- Non siamo una coppia, almeno non nel senso che intendi tu.- Non so se Giulia ha sentito, ma è meglio evitare malintesi. Una smorfia d’incredulità solca il sorriso dell’uomo, passa e se ne va.
- Siete belli lo stesso, anche se tu non vuoi ammettere l’evidenza. – Presuntuoso l’amico, ma uno che sprizza allegria da tutti i pori come lui, come fai a contraddirlo? Oppure sono io il presuntuoso? Meglio cambiare discorso.
- Di domenica mattina, all’alba, suoni la batteria da solo. Non è semplice montare uno strumento del genere, lo hai fatto stanotte?- Domanda banale, è evidente che la risposta è si. Solo mi chiedo che senso ha suonare per nessuno.
- La mia batteria è sempre pronta. Sto qui a suonare, la lascio qui, mi allontano e quando torno riprendo. Suono per me. Suono per chi vuole ascoltare, ma anche per chi non lo vuole fare. Sai, la musica non ha bisogno di essere accettata, esiste anche se viene ignorata. Non si può fermare, appena esce da uno strumento è di tutti, anche di chi non la vuole.- Sorride mentre parla, e non ha smesso di suonare. Giulia si avvicina.
- Ciao Michele. Ti presento Ermete. –
Un altro cenno di assenso, Michele non molla le bacchette. È passato da un ritmo semplice ad una tarantella. C’è gente, adesso, tanta gente, disposta a cerchio. Un uomo entra nel cerchio e saluta il pubblico con un cenno, poi inizia a ballare. Invita Giulia, che entra nel cerchio con un cenno di saluto. I due ballano, Giulia si muove come se non avesse fatto mai altro. Conosco le regole del ballo, ma sono geloso lo stesso. Il “mastro di ballo” mi invita; esce e mi lascia con Giulia. Adesso la musica è più forte, sono giunti altri musicisti: c’è un organetto, una chitarra, una “ciarameddha” (zampogna) , un tamburello. Mi sento bene, mai sentito meglio. Michele sorride soddisfatto, Giulia sembra una dea, tutt’intorno la gente è allegra, batte le mani a ritmo. Il mastro di ballo fa uscire Giulia, entra una signora e devo rispettare le regole, ma non mi pesa. Anche la signora è gradevole, sorride, si muove bene. Ballo con lei fino a che non vengo chiamato fuori. Giulia mi attende, ci abbracciamo. È tutto così bello. Ci allontaniamo mano nella mano, voglio sedermi su una panchina, stare a sentire la musica, guardare la gente allegra e felice...
