
di MARIA FRANCO -
Quanti pomeriggi d’estate ho passato facendo confetture, composte e gelatine, tutte definite “marmellate”? (Fu quasi uno choc, scoprire, da adulta, che con le albicocche o le ciliegie non si fa una marmellata)
C’era tanta frutta, succosa, profumata, colorata, ed era ovvio conservarla sotto vetro.
Quand’ero più ragazza in barattoli riciclati, ancora un pezzo d’etichetta refrattaria all’acqua bollente appiccicata sopra e coperchi raccogliticci, (tutto rigorosamente sterilizzato) poi in quelli comprati ad hoc, magari abbelliti da copri vasetti di stoffa o ricamati o all’uncinetto.
Mi piaceva stare per ore a rigirare quelle poltiglie zuccherose, farle cuocere piano, a lungo, ma non un minuto in più del necessario, perché il profumo non si volatizzasse e il colore restasse ambrato.
Come mi piaceva vedere, poi, i vasetti ben allineati, e regalarli (e averne in regalo) e utilizzarli per fare crostate (e dolcetti vari) dall’autunno alla primavera successivi.
Quest’anno, la frutta è scarsa di quantità, mediamente insufficiente per qualità e sempre più ha provenienze davvero lontane (al supermercato, attualmente, si trovano pere argentine e arance sudafricane). Già portarla in tavola, così poco profumata, così poco bella, non dà allegria – di marmellate (e composte e confetture e gelatine), per la prima volta, non è il caso di farne.
Il Sud a rischio di desertificazione industriale e umana (certificato recentemente dallo Svimez) complice anche un clima impazzito (per generali colpe mondiali) non produce più neppure quel po’ di dolce bellezza da mettere in dispensa.