
di ANTONIO CALABRO' -
Il romanzo, ambientato a Reggio Calabria, è il riepilogo degli ultimi disastrosi anni di storia cittadina, quelli del “Modello Reggio “, ed offre un chiave di lettura che si spinge oltre l’interpretazione corrente di stampo manicheo, evidenziando la complessità e la fluidità di soggetti e azioni che fanno della nostra città un vero e proprio caso sociale, unico nella storia patria.
Reggio Calabria ne esce a pezzi: il racconto di “Contrada Armacà “, un pretesto letterario per raccontare verità che a volte sembrano paradossali, porta in superficie non solo l’incapacità, la tracotanza e l’avidità di tutta la classe dirigente locale, ma anche i rapporti radicati tra il mondo del crimine, la politica e l’economia.
Il grande assente è lo Stato, inteso come mediatore delle forze in campo, che nel romanzo diventa solo una squallida aggregazione di dominatori assuefatti alla pietà e al rispetto della condizione umana; lo Stato, nel libro, è una barzelletta drammatica, un mostro con la maschera gentile, oppure una entità lontana e tanto astratta da poter essere addomesticata ad uso e consumo. Come in realtà è accaduto ed accade ancora.
Il “Modello Reggio” era fatto di cartapesta, la stessa materia di cui sono fatti i sogni televisivi, lo stesso puzzolente sterco di cui si nutrono i superficiali contemporanei, la stessa orrida commedia degli ultimi vent’anni, recitata a danno nostro da protagonisti cinici e spietati, convinti della loro sovrumanità e, soprattutto, impuniti.
L’unica verità possibile, alla fine, è quella del sangue. E le due morti che danno il via alla narrazione, palesemente ispirate a fatti realmente accaduti, sono il punto d’arrivo e l’approdo definitivo di un percorso storico che ha come unico punto di riferimento il profitto ed il potere.
La riflessione si spinge oltre, smantellando il sistema bipolare che, banalizzando con furbizia, divide i calabresi in mafiosi e non mafiosi: un sistema che conviene a tanti soggetti, che regala patenti d’eroismo, che consente promozioni e avanzamenti di carriera, e sul quale si è addirittura fondato un sistema economico, utile solo a squallidissimi personaggi che in nome della lotta alla criminalità incassano prebende e sovvenzioni, ma che in realtà non hanno altro interesse che la loro boria vanagloriosa.
Nel libro ci sono tante verità che noi calabresi abbiamo sempre saputo: dalla sopravalutazione delle ricchezze dei clan, composti in gran parte da omaccioni senza arte né parte, al teorema dell’unità della ‘Ndrangheta, alla gigantesca ipocrisia che per anni ha permeato l’intera società reggina. La montagna di soldi sperperati viene rivelata per ciò che è, cioè solo un mezzo e mai un fine. Il mezzo per sottomettere una intera comunità, già storicamente disastrata, il mezzo per dominare e dirigere senza obiezioni. Ne esce un quadro complessivo che sembra senza via d’uscita, un gatto che si morde la coda, un buco nero della ragione e dell’idea di comunità democratica.
“Contrada Armacà” non è una critica, e neanche un reportage giornalistico: è un trattato di sociologia applicata, una indagine sui sistemi culturali, una denuncia vibrante e forte che non risparmia niente e nessuno. Vittime e carnefici allo stesso tempo, e senza via d’uscita, i reggini nello sfondo appaiono spesso come un branco di “paddechi” irresponsabili, sconfitti e marginali. L’unica via d’uscita è la reazione individuale allo squallore, con la presa di consapevolezza di una situazione disgraziata: la solitudine di chi non ha bevuto le frottole dei politici e del potere in genere è l’unica nota positiva.
Gianfrancesco Turano spinge a cercare verità che vadano oltre le apparenze create ad arte. Non si potrà mai sconfiggere il malaffare se non si scala la montagna misteriosa del potere, in cima alla quale siedono ombre, sconosciute e potenti, che si servono di ogni mezzo per mantenere integro il loro status.
Capire le commistioni tra politica e criminalità, penetrare la segretezza delle numerose lobby, farsi un’idea chiara dei rapporti esistenti tra le numerose forme assunte dai dominatori. Ed abbatterle, non solo con le necessarie azioni giudiziarie, ma con la forza di una coscienza liberata e con gli occhi sbendati.
E tutto ciò in nome dell’amore per una terra disperata, affamata di armonia, e sempre più vittima di pregiudizi e di falsità, ideologiche e morali. “Contrada Armacà” è uno schiaffone curativo, che ridesta i reggini dal sonno nel quale si sono smarriti da anni. Leggetelo, perché l’indignazione è una buona medicina, per chi è avviato a perdere definitivamente dignità, storia, cultura e umanità, come tutti noi abitanti di questo angolo d’Italia, dominato da criminali palesi e criminali occulti, che sono i peggiori.
PS Il mio suggerimento è di unire la lettura di questo romanzo con l’indagine giornalistica del libro “Il caso Fallara” di Baldessarro – Ursini edito da Città del Sole, per avere un’idea ancora più chiara di ciò che è accaduto nella nostra storia recente.