
di MARIA FRANCO -
Quello che ricordo di più sono i colori, il rosso delle poltrone soprattutto, e il sudore. Un po’ perché, da ragazzina del popolo di periferia, non avevo certo un vestiario adeguato al luogo. Molto di più per quel senso di emozione che, insieme, rallentava e accelerava il respiro: perché lo sapevo, con oscura chiarezza, che il momento era di quelli da ricordare.
Al punto che ora, una cinquantina d’anni dopo, rivedendo nella mente, così vaghe, sfumate, impalpabili, quelle immagini – il silenzio sospeso mentre si alza il sipario, l’applauso a cascata alla Sua apparizione – mi chiedo se non sia stato un sogno.
Ma no. Dev’essere effettivamente accaduto (nel 65, penso). Se devo alla tv degli anni Sessanta – quella degli sceneggiati e del teatro, due impegni felici che scandivano la settimana – la scoperta di tanta parte della cultura mondiale, devo alla scuola, proprio in quegli anni, d’avermi portato a due matinée teatrali. Una a vedere Valeria Moriconi, che è rimasta, per me, per sempre, “La” locandiera. L’altra, quella delle poltrone e del caldo del Cilea, a vedere Eduardo de Filippo.
Sulla Moriconi sono certa, su Eduardo mi resta l’incertezza d’aver solo sognato. Come vorrei che da qualcuna delle mie compagne si facesse viva con un: hai ragione, c’ero anch’io.
L’avrei (ri)visto, poi, (di sicuro!), parecchi anni dopo, a Napoli, abbarbicata, con alcuni amici, su uno strapuntino del suo teatro, il San Ferdinando: un posto scomodo, ma che importava, la sua voce, familiare grazie alla tv, arrivava anche lì e un piccolo binocolo rosso consentiva di vederne pure l’ineguagliabile mimica del volto.
Ma solo dopo la sua morte, Eduardo sarebbe diventato una presenza quotidiana nella mia vita. Per oltre dieci anni, nel corridoio che porta alle aule di Nisida (dove ero arrivata poche settimane prima della sua scomparsa) è rimasto un poster. Il suo volto – gli occhi di vivida intelligenza, le guance scavate, il sorriso austero – e, a mo’ di firma, una delle sue più celebri battute: Addà passà ‘a nuttata. (Lo so che Eduardo ha scritto: Ha da passà ‘a nuttata: ma sul poster la frase era trascritta nel modo che ho riportato)
Il poster l’aveva pubblicato l’Unità ma il logo del giornale, su quel corridoio, non appariva: giustamente, ché quella immagine apparteneva davvero a tutti. (Tra parentesi: per il Festival dell’Unità del 76, a Napoli, m’ero fatta una fila di circa sette - otto ore, per ottenere due biglietti per Natale in casa Cupiello, occasione in cui avevo scoperto la frittata di pasta: perché io, previdente, un panino me l’ero portato, ma i napoletani doc avevano via via tirato fuori mappatelle ben più sostanziose).
Eduardo s’era occupato parecchio di ragazzi in carcere e a loro aveva dedicato la sua unica interpellanza da senatore a vita. Qualche alunno dei miei l’aveva pure visto, l’anno prima, quando, con gli occhiali chiari a sinistra e scuri a destra, era venuto a vedere l’inaugurazione del laboratorio di scenografia, aveva assistito ad una rappresentazione teatrale ed aveva abbozzato il disegno di quello che sarebbe divenuto il Teatro Eduardo de Filippo dell’Istituto. Tanto che, quando cominciai a lavorare con loro sulla scrittura come racconto delle loro idee, esperienze ed emozioni, l’indimenticabile Ernesto – un ragazzo che di errori d’ortografia ne faceva a bizzeffe ma riusciva a scriveva versi che, talora, mi riecheggiavano Leopardi – scrisse anche una poesia per Nonno Eduardo.
Ad un certo punto– un po’ perché s’era sbrindellato ai lati, un po’ perché, ritinte le pareti, era sembrato troppo sciupato per rimettercelo, un po’, forse, chissà, perché quella frase sembrava in qualche modo troppo consolatoria – il poster sparì.
Ma è rimasta l’abitudine di vedere ogni anno almeno due sue commedie, Natale a casa Cupiello e Napoli milionaria.
Anche oggi, alla vigilia del trentesimo anniversario della morte, quella frase finale di Napoli milionaria scritta nel 1945 – vista dalla parte dei ragazzi (dis)persi del Sud – resta del tutto attuale.
Certo, sono cambiate tante cose. Ma Napoli (e non solo) fa crescere molto male troppi suoi ragazzi.
A cominciare da quella questione scuola, che è un aspetto non secondario della perdurante (che se ne usi o meno l’espressione) questione meridionale. Con il 19% e passa dei ragazzi del Sud che si fermano alla media (22% a Napoli), contro il 17 del resto del paese, di contro al 10% di quelli dell’Europa.